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David Cameron, primo ministro britannico, è il grande sconfitto delle elezioni europee del 25 maggio nel Regno Unito, vinto dall’antieuropeista Nigel Farage, seguito, distanziato, dai laburisti e, infine, dai conservatori al potere, mentre i liberali, un tempo aghi della bilancia nelle consultazioni politiche e amministrative britanniche, sono finiti in mille pezzi.  Anziché reagire compostamente e sobriamente ad una sconfitta epocale, Cameron ha seguito le orme faragiste, molto simili a quelle grilline italiane: ha minacciato di fare lo spaccatutto, di mandare all’aria conservatori, Gran Bretagna (riesumando l’intera sua storia antiunitaria verso il continente) e Unione Europea. Cioè di fare il gauchiste, il supporter di quello Schulz socialdemocratico, che ha perso rispetto al concorrente popolare in Europa, ma si agita troppo e fa affidamento sull’apporto del trionfante Matteo Renzi e del conservatore Cameron con una virata d’orientamento di centottanta gradi.

La tesi dell’ex studente di Eton, fabbrica di politici britannici da sempre, è che la scelta del candidato del Ppe, il lussemburghese Jean-Claude Juncker (il quale ha i consensi della maggioranza dei nuovi eletti del parlamento europeo) alla guida della Commissione avrebbe un effetto così destabilizzante per il governo di Londra da rendere indispensabile anticipare il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, proposto da Farage. Ma la realtà è che, il 25 maggio Juncker ha vinto e il Ppe è risultato il primo partito europeo, e stando anche a patti stipulati a livello europeo con lo stesso  Pse di Schulz, era destinato a sostituire Manuel Barroso. È generale la convinzione dei responsabili europei che chi ha vinto non può essere rifiutato da chi ha perso ma pretende d’imporre il nome dell’av­versario diretto. Non c’è logica, neppure politica. Si scrive, anzi, apertamente che, trovare un nome diverso da Juncker sarebbe una sconfitta per tutti.  Lo sostiene anche il filosofo Jürgen Habermas, che è uomo di sinistra, ma non ama i pasticci di corridoio.

I conservatori inglesi non fanno parte del Ppe, ma stanno valutando la possibilità di accogliere, nella loro famiglia europea, gli antieuro tedeschi di Alternative für Deutschand, il cui nome è tutto un programma di un movimento estremista indigesto alla stessa Angela Merkel: che, pur non entusiasta di Juncker per antichi dissapori, è lontanissima dalla disponibilità degli amici del vecchio terrorista Daniel Cohn-Bendit e resta fedele tanto al Ppe che alla grande coalizione germanica con i socialdemocratici.

Per la cronaca, un elemento forse sfuggito ai più: il tasso dell’astensionismo nel voto europeo del 25 maggio è stato del 64,0 per cento nel Regno Unito (il decimo nella graduatoria dei 28 Stati europei, mentre prima è la Slovacchia, addirittura con l’87 per cento di astenuti), mentre l’Italia, col suo 40 per cento, è quart’ultima: prima di Malta e del Lussemburgo (il paese di Juncker) e del Belgio, entrambi attestati sul 10 per cento degli astenuti forse perché in quei due Stati il voto è obbligatorio. Dunque l’Inghilterra è nella fascia alta degli Stati astensionistici, quasi tutti dell’Europa orientale, e Cameron sembra essere più sensibile agli antieuro che ai richiami di partiti che vorrebbero, finalmente, creare le condizioni di un’Europa politica e non soltanto monetarista. Un terreno sul quale anche il partito di Renzi dovrà uscire d’ambiguità, almeno nel semestre italiano alle porte, dove c’è da rappresentare l’Italia, non una sinistra composita, ciarliera, materialista.

Cameron aspirante gauchiste

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