La crisi coreana e la lotta perenne tra forza e violenza

La crisi coreana e la lotta perenne tra forza e violenza
L'analisi di Benedetto Ippolito, storico della filosofia

È nota ormai da mesi a tutto il mondo la grave crisi politica tra Stati Uniti e Corea del Nord. Si tratta di un’escalation che non è emersa repentinamente ma è stata preparata da molti anni di campagna ideologica e militare da parte della dittatura di Kim Jong-un.

Il governo di Pyongyang si regge in effetti dell’apparato militare, su un forsennato nazionalismo espansivo e sulle manie di grandezza del regime, il quale ha intrapreso, contro ogni protocollo internazionale, un’unilaterale e ingiustificata corsa agli armamenti nucleari. Recentemente vi sono state le note esercitazioni che hanno preoccupato e irritato Washington anche per le minacce esplicite rivolte agli Stati Uniti.

L’odierna esibizione di un prossimo attacco alla base militare di Guantanamo anche con la sincronizzazione di ben quattro ordigni ha generato, ovviamente, la dura reazione di Donald Trump.

D’altronde la posizione del presidente degli Stati Uniti non è semplice. Di là dei toni duri e delle giuste minacce di ritorsione, il suo mandato, fedele alle promesse elettorali, non prevede iniziative belliche degli Usa nel mondo. Anzi, promette un disimpegno e una totale dismissione da precedenti azioni di esportazione della democrazia nel globo.

Certo, il tema sicurezza non può non costituire un punto insindacabile specialmente per un leader che vanta comunque un atteggiamento sicuro e muscolare verso chi minaccia il proprio Paese che è la massima potenza nucleare di cui dispone una democrazia liberale. Ci ricordiamo tutti con quanta durezza egli espresse la volontà di cancellare dalla faccia del mondo Daesh nel penultimo faccia a faccia con Hillary Clinton.

Pertanto eccoci qua adesso ad un passo dalla guerra, che, sebbene scongiurabile secondo la diplomazia cinese, viene data per certa dalla diplomazia della Corea del Sud.

Comunque andrà, bisogna tener presenti due tipi di considerazione. La prima, molto concreta e specifica, riguarda la scarsa portata di rischio che un arsenale nucleare come quello coreano può avere nel paragone con gli States. Ad essa si aggiunge, certamente, la serie d’incognite che un eventuale scontro militare potrebbe avere con Russia, Cina, ma anche con Iran e Turchia. Di ciò non è possibile mai prevedere tutti gli effetti a cascata: quando si abbandona la diplomazia e si passa alle armi si esce da un tipo di logica per entrare in un’altra.

La seconda considerazione è invece molto più generale e percorribile sul piano filosofico. La Corea fa valere a livello internazionale una concezione del potere come violenza. Ciò implica per definizione e in modo esplicito la violazione di quello che Locke e Grozio chiamavano Stato di natura del diritto, vale a dire la pace e la libertà riconosciuta e dovuta agli altri esseri umani.

Davanti a questo la risposta dei Paesi democratici, i quali per definizione credono in questi valori umani, non può essere la debolezza e il pacifismo. Vattel spiegava che l’uso militare della forza è doveroso qualora la violenza voglia uccidere il diritto.

Alla violenza si risponde con la forza, quella forza del bene e della ragione che sta all’origine della civiltà e che non tollera di essere calpestata da nessuno.

Nessuno, verosimilmente, sa come andranno le cose. Tutti speriamo nella politica e non nelle bombe. Ma non si può aspettare di essere uccisi per ignavia, attendendo il tavolo negoziale.

Gli Stati Uniti, d’altronde, siamo noi. Sotto la bandiera a stelle strisce sventolano anche le nostre bandiere europee. Un eventuale attacco a Guantanamo o ovunque sia è un atto di guerra contro la nostra democrazia e la nostra vita. Pertanto dobbiamo sapere fin da subito che ci riguarda e non possiamo credere che la debolezza buonista serva a qualcosa o a qualcuno, ma semmai che la nostra poca ma sostanziale forza alleata dovrà comunque dare e offrire quanto serve per aiutare Trump e gli Stati Uniti a vincere la follia omicida e violenta di un dittatore pericoloso, spregiudicato e folle come Kim Jong-un.

Non dobbiamo mai confondere, in definitiva, l’amore per la vita e per la felicità con l’incapacità a lottare per conservarlo. Laddove si tiene al diritto si deve saper lottare anche militarmente, mettendo a rischio la propria vita, per difenderlo da chi vuole affogarlo nella violenza dittatoriale.

ultima modifica: 2017-08-10T12:46:15+00:00 da Benedetto Ippolito

 

 

 

 

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