Viaggio a puntate di Gianfranco Polillo fra cronaca, storia, urbanistica e antropologia...

Roma non è solo la “grande bellezza” o, al contrario, “mafia capitale”. O almeno: non è solo quello. E’ soprattutto un’area vasta. Si può discutere se sia più un agglomerato o una conurbazione, a causa delle logiche intrinseche che, nel tempo, hanno portato alla sua formazione. Quel che, invece, è certo è la sua dimensione 1.285 kilometri quadrati. Sette volte Milano. Un’estensione che corrisponde alla somma di 9 capoluoghi europei (Vienna, Amsterdam, Dublino, Atene, Lisbona, Berna, Parigi, Copenaghen e Bruxelles). Seconda solo a Londra. Con una popolazione di 2,8 milioni di abitanti: più del doppio della città meneghina.

Questi semplici confronti dovrebbero far riflettere. L’anomalia romana non è nelle caratteristiche fisiche della città, ma nella sua governance: riflesso di un asfittico assetto istituzionale, all’insegna di un piccolo municipalismo che non trova riscontro nelle altre capitali dell’Occidente sviluppato. Washington, ad esempio, è molto più grande di Roma e molto più popolata. Ma la capitale degli Stati Uniti ha la forma amministrativa del distretto – district of Columbia – con un’autonomia ed un potere di intervento che Roma nemmeno si sogna. Sopra di sé ha solo il potere centrale dello Stato, con il quale dialoga senza complessi di inferiorità.

Lo stesso accade in Europa. Parigi è una “città metropolitana”, al pari di Lione e Marsiglia. Ma i poteri del maire parigino non sono certo quelli del sindaco di Roma. Eletto, con un sistema che ricorda da vicino quello del Presidente americano, gode di uno “statuto speciale”, che lo rende diverso da qualsiasi altro sindaco delle altre “città metropolitane”. Berlino non è da meno. Il suo primo cittadino è il borgomastro di una “città-stato” con poteri di intervento sul territorio paragonabili a quelli del Cancelliere. Londra, sua volta, ha lo statuto della “greater London authority”. E’ al tempo stesso “contea” e distretto. Nessuna interferenza da parte di organi territoriali sovra ordinati. Ma solo un rapporto strettissimo con il Primo Ministro britannico.

Senza volersi dilungare troppo, basta scorrere i nomi di coloro che hanno svolto la funzione di sindaco in quelle diverse realtà. Pensare, ad esempio, a Jacques Chirac, che fu sindaco di Parigi per oltre 18 anni, prima del grande volo che lo porterà a numerosi incarichi di governo, compreso il posto di primo ministro, ed infine la presidenza della Repubblica, per ben due mandati. Prima di Nicolas Sarkozy. Willy Brandt non fu da meno. Borgomastro di Berlino dal 1957 al 1966, lasciò quel posto per divenire prima ministro, quindi vice – cancelliere ed infine cancelliere della Repubblica federale tedesca. Meno fortunato, da questo punto di vista il sindaco della Grande Londra. L’unico sindaco inglese ad essere scelto con elezione diretta. Ma si sa: la vecchia struttura quasi militarizzata dei due storici partiti inglesi lasciava poco spazio alla scalata degli eventuali outsider.

L’esperienza italiana è completamente agli antipodi. In genere al sindaco di Roma il grande salto verso la dimensione nazionale non solo non è riuscito. Ma quella carica ha segnato spesso la fine di una presenza politica. Naturalmente vi ha inciso la diversa caratura dei personaggi. Come parrebbe dimostrare l’esperienza di Matteo Renzi. Ma è difficile pensare che sia solo questo. E’ la dimensione localistica di quell’esperienza che limita le successive possibilità di avanzamento. In quel de minimis, nessun personaggio riesce a dimostrare una reale capacità di governo. Ma soccombe di fronte agli immensi problemi di una capitale che lo Stato nazionale ha da tempo abbandonato a se stessa.

Confrontata con Parigi e Londra, Roma è una città smarrita. La capitale, insieme a Berlino, degli sconfitti della seconda guerra mondiale. In Germania le divisioni furono drammatiche al punto che la stessa Berlino fu cancellata, come capitale, dalle carte geografiche della Repubblica federale tedesca. Salvo riprendersi, dopo la caduta del muro, per riannodare i fili di quella antica tradizione che risale nel tempo: fino alla Repubblica di Weimar. Una città in continua espansione. Un cantiere permanente che, a distanza di oltre un quindicennio dal mitico ’89, continua ad abbellire e modernizzare le sue strutture urbane. Ancora oggi, sono più di 80 i grandi lavori in corso – dicono i berlinesi con malcelato orgoglio – che stanno cambiando il volto non solo delle periferie, ma dei grandi quartieri storici del centro. A partire da Alexanderplatz.

Roma non ha subito lo stesso scempio. I bombardamenti, con la sola esclusione del quartiere di San Lorenzo, non hanno funestato la “città aperta”. Le fratture sono state soprattutto culturali. La Roma post-fascista ha fatto di tutto per marcare una discontinuità con l’esperienza passata. Una sorta di damnatio della memoria che ha unito in una condanna, senza possibilità d’appello, strutture urbane e luoghi che, in qualche modo, ricordavano un passato da dimenticare e maledire. Solo oggi, quasi a distanza di quasi un secolo, palazzi fascistissimi dell’augusteo, saranno ceduti per realizzare un grande albergo a cinque stelle, dopo un decennale uso scriteriato da parte dell’Inps. E che dire di Piazza Venezia, luogo simbolo delle grandi adunate fasciste: trasformata nel cortiletto di un condominio, con tanto di aiole e fiorellini. Nessuna nostalgia – sia ben chiaro – per il passato. Ma senso della Nazione, si: di una storia che è fatta anche di periodi bui o “parentesi” come diceva Croce del fascismo, ma che alla fine ritrova il letto in far scorrere l’antico fiume. Anche dopo le sue improvvise ed imprevedibili deviazioni.

C’entra tutto ciò con il dissesto di Roma? A metà degli anni ’50, quando il vecchio dirigismo fascista era stato sostituito dalle nuove strutture democratiche, l’Espresso pubblicò il celebre articolo “Capitale corrotta = Nazione infetta” in cui si denunciava il peso della speculazione edilizia ed i suoi protagonisti legati alle finanze del Vaticano. Rileggere quello scritto è, ancora, illuminante. Soprattutto per lo sviamento che fin da allora produsse. Più che di “Stato infetto” – ossia lo stato borghese che in quegli anni una parte della cultura di sinistra voleva abbattere – era di “assenza dello Stato” che si doveva parlare. Di un’entità, cioè, che aveva tutti gli strumenti, ma non la volontà politica, per regolare il mercato e quindi impedire che la normale attività imprenditoriale si trasformasse nel grande saccheggio delle risorse della Capitale. Ma quell’assenza non era casuale bensì il prodotto di una lacerazione culturale, che vedeva contrapposte, come nemici irriducibili, le principali forze politiche italiane. Con i loro miti, nella versione nobile, dell’internazionalismo o dell’ecumenismo, che convivevano con la semplice pratica del “tirare a campare” o della pura occupazione del potere. Per contribuire entrambi a demolire l’idea stessa della Nazione. Quell’idea che, oggi, di fronte alla crisi dell’Europa, siamo costretti a riscoprire.

Su un punto Manlio Cancogni, l’editorialista dell’Espresso, aveva però ragione. Esiste un parallelismo tra Roma e lo Stato italiano che non può essere negato. Se le elite nazionali non hanno visione, la prime a soffrirne sono proprio le struttura della propria Capitale. Regola universale che si invera nella storia dei principali Paesi occidentali. E di cui Roma è la cartina al tornasole. Il suo degrado progressivo, la sua lenta agonia ne è testimonianza. Ed i dati, che ne illustrano lo spessore, semplice conseguenza.

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