Le priorità di Roma secondo il braccio destro di Virginia Raggi, contenute nel libro "E io pago", edito da Chiarelettere e scritto da Daniele Frongia insieme alla giornalista Laura Maragnani

Cosa farà il nuovo sindaco di Roma Virginia Raggi? Quali saranno le sue priorità? Che tipo di interventi metterà in campo dal punto di vista economico? Sono queste alcune delle principali domande che si pongono giornalisti, osservatori e cittadini a ormai 10 giorni abbondanti dalla clamorosa vittoria dei cinquestelle nella Capitale. Quesiti che – almeno in parte – trovano una risposta nel libro scritto dal suo neo capo di gabinetto, il consigliere capitolino uscente Daniele Frongia (qui il suo ritratto su Formiche.net).

IL LIBRO 

Il libro – edito da Chiarelettere e intitolato “E io pago. Da documenti inediti tutti i soldi che gli italiani pagano per mantenere la capitale più corrotta ed inefficiente d’Europa” – è un viaggio attraverso gli inenarrabili sprechi di Roma, dalle follie del patrimonio immobiliare della città al buco nero delle aziende partecipate. Storia di straordinaria malagestione – raccontata da Frongia insieme alla giornalista Laura Maragnani – dalla quale però si possono trarre indicazioni utili su quali saranno le linee guida che caratterizzeranno l’azione amministrativa di Raggi. Una fotografia scattata grazie al ruolo di presidente della Commissione per la riforma e la razionalizzazione della spesa di Roma Capitale – in sostanza la commissione per la spending review – che Frongia ha guidato nei suoi tre anni da consigliere comunale del MoVimento 5 Stelle.

GLI IMMOBILI DEL CAMPIDOGLIO

Il primo capitolo di spesa individuato da Frongia per recuperare un po’ di soldi da destinare alla città è rappresentato dalla gestione degli immobili capitolini. Basta un dato su tutti per rendersi conto della gravità della situazione: il 95% degli immobili affittati dal Campidoglio frutta meno di 300 euro mensili mentre addirittura per oltre settemila inquilini la somma da pagare scende al di sotto della soglia dei 10 euro al mese. Il conto di Frongia è presto fatto: “L’amministrazione potrebbe incassare ben 100 milioni l’anno se soltanto facesse pagare degli affitti ragionevoli ai suoi inquilini non indigenti“. 100 milioni da utilizzare poi per cercare di affrontare – e magari risolvere – una delle tante emergenze della città. Risorse preziose alle quali aggiungere quelle che verrebbero risparmiate se il Comune si decidesse a sfruttare tutti gli immobili di sua proprietà – molti dei quali inutilizzati e lasciati all’incuria – anziché affittarne dai privati. In totale – annota l’ex consigliere capitolino – l’amministrazione capitolina “prende in affitto da enti privati e pubblici 4715 immobili, al costo medio mensile di 377 euro per ogni alloggio“. In questo – come sempre – oltre il danno c’è anche la beffa visto che invece “gli appartamenti di proprietà del Comune rendono alla collettività 52 euro al mese“. Parecchio di meno.

TUTTI AL MARE (DI ROMA)

La stessa ricetta Frongia propone di applicarla anche al litorale di Ostia. “Potremmo andare tutti al mare“, scrive ironicamente prima di aggiungere: “E rivedere gli introiti di quelle aree oggi date in concessione per pochi spicci agli stabilimenti balneari“. I casi che cita sono effettivamente da mani nei capelli. C’è addirittura uno stabilimento balneare che paga al Campidoglio un canone mensile da 3,07 euro. “Dieci centesimi al giorno“, esclama il neo capo di gabinetto.

CARISSIMA CHIESA

Si intitola così il capitolo del libro che Frongia dedica alla Chiesa. “Costa al Campidoglio 400 milioni di euro l’anno“, tuona l’ex consigliere capitolino che punta il dito in particolare contro “le 300 case-vacanza gestite da preti e suore, che considerano un’optional pure la tassa di soggiorno“. Nel mirino, in particolare, gli arretrati nel pagamento di tasse e imposte: “Accertati, tra il 2012 e il 2014, almeno 40 milioni di tributi evasi“. E ancora: il Vaticano “ha 20 milioni di debito con Acea“. Un’accusa, la sua, che si estende poi anche ai costi che il Campidoglio sostiene “in occasione dei grandi e piccoli eventi religiosi“: calcoli che certamente in quest’ultimo caso non tengono però conto del ruolo di capitale – d’Italia e della cristianità – ricoperto da Roma, con relativi oneri e onori. “La sola canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II nel 2014 è costata cinque milioni“, osserva Frongia. Ma quanti milioni di euro si sono riversati sulla città eterna per l’arrivo di tutti questi pellegrini? E quanto è stato utile e importante per Roma finire sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo per un evento religioso – altamente riuscito e partecipato – anziché, come accade purtroppo di regola, per vicende molto meno edificanti?

L’INCUBO PARTECIPATE

Altra questione calda è rappresentata dalla gestione delle aziende partecipate, nelle quali spariscono centinaia di milioni di euro ogni anno senza che ne derivino però per i cittadini servizi all’altezza della situazione. Frongia conta, in totale, 16 società controllate e poi, ancora, cinque fondazioni, due aziende speciali e una compagnia di assicurazioni. Un quadro di per sé preoccupante reso addirittura drammatico dalle altre 80 società di secondo o terzo livello comunque riconducibili al Campidoglio, secondo il neo capo di gabinetto del sindaco pentastellato. Calcolare l’ammontare complessivo delle perdite è praticamente impossibile ma, ad esempio, è noto che nel 2013 le principali 9 società “sono costate alla collettività ben 2 miliardi e 633 milioni di euro“. Una riflessione – commenta Frongia – è inevitabile, il taglio idem: “Si potrebbe cominciare da quelle senza dipendenti che generano costi inutili, principalmente per gli organi di governo e di controllo, o da quelle che hanno un numero di dipendenti sotto una certa soglia“. Quanto alle partecipazioni sotto il 10%, la soluzione è una sola: “Ipotizzare, appena è possibile, una dismissione o cessione“.

PAGARE TUTTI PER PAGARE MENO

Slogan ormai logoro e abusato” lo definisce Frongia, verso il quale – aggiunge – bisognerebbe comunque tendere. La ricetta che propone per cercare di abbassare le tasse dei romani – le più alte d’Italia – comprende “un grande classico” come la lotta all’evasione “e soprattutto all’elusione. Ad esempio aumentando/migliorando i controlli sui servizi forniti, per scovare e sanzionare furbetti che prosperano a scapito dei cittadini onesti“. L’idea di fondo, però, è un’altra: “Le entrate” – scrive Frongia – “devono derivare in primis dalle risorse patrimoniali“. Da qui la convinzione che “il patrimonio pubblico non debba essere dismesso, se non in casi di acclarata e indifferibile necessità“, tra i quali rientrano le municipalizzate inutili. Per il resto, invece, “l’ente deve cercare di ricavare il massimo profitto dal suo patrimonio“. No secco, inoltre, alla cessione delle tante aree pubbliche non edificate, com’è naturale che sia di grande interesse per i costruttori: anche delle aree non destinate alle necessità del Campidoglio o all’edilizia sociale – afferma Frongia – bisogna “comunque mantenere la proprietà, cedendo solo il diritto di superficie, per un tempo predeterminato, a chi dovrà costruire“.

LA CENTRALIZZAZIONE DEGLI ACQUISTI

Una cura da cavallo che il neo capo di gabinetto di Virginia Raggi propone di estendere anche al tema degli acquisti. Dovrebbe esserci una centrale unica utilizzata da tutti – rileva Frongia – ma in realtà, com’è ben noto, non funziona proprio così. Nonostante la Consip, infatti,  l’Anac di Raffaele Cantoneconta 34.000 uffici diversi che operano acquisti“. Una situazione non più sostenibile, soprattutto per un’amministrazione da libri in tribunale come il Campidoglio: “Dall’acquisto di materiale di cancelleria ai servizi energetici, dalle divise ai carburanti, tutto deve passare attraverso un unico ufficio“. Nessuna eccezione, neppure ovviamente a favore delle municipalizzate: “Anche le partecipate devono essere convinte, attraverso una bella clausola nel contratto di servizio, a utilizzare un unico canale, attentamente monitorato dall’ente stesso“.

I MANAGER PER LA CITTA’

Al pari di Milano che ha il suo city manager – lo sono stati entrambi i candidati al ballottaggio, Beppe Sala (poi eletto sindaco) e Stefano Parisi – anche a Roma potrebbe presto arrivare un manager. Anzi potrebbero essere due. Non se ne discute in questi giorni sulle pagine dei giornali ma la proposta è fissata nel libro di Frongia, che parla di un “energy manager” e di un “mobility manager“. Il primo per raggiungere l’obiettivo dell’efficientamento energetico “che può far risparmiare un sacco di soldi“, il secondo “per migliorare la qualità di vita dei cittadini anche sul fronte della mobilità“. E tutti sanno quanto Roma – con i disservizi di Atac – ne abbia bisogno.

IL NO AI GRANDI EVENTI

Onore ai sindaci di tante sane città amministrate oculatamente e che hanno ritirato la candidatura alle olimpiadi spiegando di non voler mandare a fondo i propri bilanci“. E’ questa la frase di esordio di uno dei paragrafetti finali del libro, intitolato “grandi opere, grandi eventi“. Parole che lette da sole sembrano mettere la parola fine a qualsiasi velleità olimpica della capitale. E se non bastasse c’è pure un’apposito capitolo sul tema, dall’inequivocabile titolo “Salvateci dalle Olimpiadi“. A maggio scorso dunque – quando è stato mandato in stampa il volume – il nuovo capo di Gabinetto opponeva un no senza appello al progetto Roma 2024. Ora però la campagna elettorale è finita, Virginia Raggi è ormai diventata sindaco della città eterna. E non è detto che alla fine – come sta accadendo in molti altri casi – non prevalga tra i cinquestelle la realpolitik e che la presunta svolta moderata del movimento fondato da Beppe Grillo non si faccia largo anche su questo argomento.

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