Cosa è successo e che cosa si è detto ieri in sintesi alla direzione Pd

Non proprio una resa dei conti ma certo una riunione dai toni duri nella quale non sono mancati avvertimenti e bacchettate più o meno dirette. Alla direzione nazionale del Pd – che si è svolta ieri pomeriggio a Roma – Matteo Renzi ha usato pochi giri di parole nel commentare il momento che sta attraversando il suo partito. Parole dure, le sue, sia nei confronti della minoranza dem – con cui la tensione rimane altissima – sia nei confronti dei cosiddetti renziani di ultima generazione: tutti quegli esponenti politici che renziani non sono ma che negli anni si sono avvicinati sempre di più al premier, salvo poi allontanarsene nelle ultime settimane dopo il risultato non esaltante delle amministrative.

L’AVVISO ALLA MINORANZA

Il segnale più chiaro lo ha inviato a Pierluigi Bersani e agli altri rappresentanti della sinistra del partito. L’attuale organizzazione – che prevede l’identità tra la carica di segretario e il ruolo di capo del governo – Renzi non ha alcuna intenzione di rivederla o modificarla: “Se qualcuno vuole la fine del doppio incarico, proponga una modifica dello statuto“. In sostanza la soluzione per la quale propende Gianni Cuperlo: “Al prossimo congresso io non sosterrò un capo ma un ticket composto da una candidatura solida per la guida del governo e una personalità diversa per la guida del partito. La teoria del doppio incarico ha vissuto finalmente una sperimentazione e l’esperimento è fallito“.

IL MESSAGGIO DI RENZI AI “NUOVI” RENZIANI

Nel corso del suo discorso Renzi si è inoltre tolto qualche sassolino nei confronti dei suoi sostenitori veri o presunti: “Non c’è niente di più bello dello spettacolo dei renziani last minute che scendono dal carro. Troveranno occupato quando proveranno a risalire“. Riferimento solo apparentemente generico, rispetto al quale ha provato a fugare ogni dubbio il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, secondo i retroscena degli ultimi giorni in allontanamento dal presidente del Consiglio. Durante il suo intervento l’ex esponente della Margherita ha difeso a spada tratta il governo e la leadership renziana, pur chiedendo la modifica della legge elettorale di cui il premier al momento sembra non voler sentir parlare.

LA LEGGE ELETTORALE SECONDO FRANCESCHINI

Il punto di partenza del ragionamento del ministro è l’attuale situazione politica, nella quale da un lato vi sono “i populisti” e dall’altro “i sistemici“. Una divisione in virtù della quale Franceschini arriva ad affermare che il governo di larghe intese attualmente esistente non rappresenti “una transizione ma una prospettiva” che “impone di fare le scelte conseguenti“, a partire dalla legge elettorale. “Se lo schema è questo bisogna allargare il campo: qualcosa al nostro centro, e qualcosa alla nostra sinistra“. Una posizione concordata con il premier – al quale, nonostante le smentite ufficiali, la modifica dell’Italicum potrebbe comunque far comodo – o il segnale che qualcosa nel blocco che sostiene Renzi si sta comunque sfaldando?

CHI SI SCHIERA CON L’ITALICUM

Le interpretazioni cambiano anche se le parole di Franceschini sono destinate a far discutere. E’ noto, infatti, come la minoranza Pd chieda da settimane la revisione della nuova legge elettorale mentre un altro pezzo del partito è convinto che non si debba cambiare. “Non sono d’accordo con Dario”, dice il ministro delle Infrastrutture – lui sì, renziano della prima ora anche se esterno al cerchio magico renziano – Graziano Delrio. “Cambiare la legge elettorale non è la risposta che ci chiede quel pezzo di paese che non ci vota“, gli fa eco il presidente del partito Matto Orfini.

LO STOP ALLE CORRENTI 

Renzi, comunque, è sembrata prendersela anche con i suoi, in particolare sul versante delle divisioni interne: “Finché io sarò segretario del Pd, e lo dico innanzitutto ai renziani, le correnti non torneranno a governarlo“. Come a dirgli che, salvo lui, è meglio che gli altri non calchino troppo la mano perché in fondo – volente o nolente – il presidente del Consiglio della sinistra del partito non può fare a meno soprattutto in un momento come questo di appannamento – almeno elettorale – e in vista del decisivo appuntamento con il referendum costituzionale.

APPUNTAMENTO AD OTTOBRE 

L’appuntamento clou per Matteo Renzi rimane quello con il referendum confermativo sulla riforma della Costituzione che ogni probabilità si svolgerà il prossimo ottobre. Il premier ha confermato che in caso di mancato Sì da parte dei cittadini ne trarrà le conseguenze e che quindi, come dichiarato più volte, farà un passo indietro, dal governo e forse anche dalla politica. Non è però questo – afferma – che invoca l’unità del partito: “Il referendum è cruciale, non per il futuro di qualcuno, ma per la credibilità della classe politica. Possiamo fare tutte le discussioni sui ballottaggi, ma fuori c’è un mondo che chiede al Pd se ha le idee chiare. Offriamo una via nuova o proponiamo l’ordinaria amministrazione? Davanti a noi c’è una stagione difficile“. Un appello, il suo, che rischia di cadere nel vuoto come confermano le parole di un bersaniano doc come l’ex capogruppo Pd alla Camera Roberto Speranza: “Sto girando l’Italia e parlo con persone che mi dicono di avere dubbi e di voler votare No al referendum: per questo presento un documento per dire di dare cittadinanza dentro il Pd anche a chi ha qualche dubbio. Non trasformiamo il Pd in un mega comitato per il Sì“.

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