L'analisi di Walter Galbusera

L’impegnativo incarico affidato da Silvio Berlusconi a Stefano Parisi va ovviamente ben oltre una sia pur professionale “due diligence” di Forza Italia che peraltro non è mai stata una forza politica tradizionale essendo legata da un cordone ombelicale alle intuizioni, ai successi e alle sconfitte del leader fondatore che ha gestito la dialettica interna attraverso turbolenti confronti sfociati in una serie di scissioni. La questione in gioco non è però rianimare Forza Italia, obiettivo cui non crede più lo stesso fondatore, né risuscitare il “Polo delle libertà”, ma di riuscire davvero ad andare al di là di uno schema di ormai logora contrapposizione tra “sinistra e “destra”, due espressioni oggi difficilmente riconducibili, se non per categorie del passato, a contenuti strategici coerenti. Per questo è necessario, per quelle aree di elettorato che non riconoscendosi più negli spazi angusti in cui (così a “destra” come a “sinistra”) sono costrette, vorrebbero ricostruire contenuti e strumenti di una nuova azione politica.

Tra coloro che avvertono con chiarezza la mancanza di prospettive è probabilmente lo stesso Berlusconi che ha tutto l’interesse ad uscire gradualmente (e definitivamente) di scena “sponsorizzando” un’operazione di successo. Del resto è abbastanza significativo che gli allarmati colonnelli di Forza Italia vedano come unica possibile vittoria solo la sconfitta di Renzi al referendum, attraverso un’aggregazione eterogenea di forze all’interno delle quali avrebbero  comunque un ruolo di comparse. La scommessa di Parisi non  è quella di ricomporre i cocci di un’alleanza finita ma  di  dar vita ad un nuovo contenitore politico, calato nella realtà di oggi, erede moderno della tradizione liberale e democratica che al di fuori di una logica di pura conservazione, intuisce  i grandi cambiamenti ed è in grado di governarli. E’ altrettanto evidente che l’obiettivo non è quello di rafforzare l’alleanza del “polo”, ma di andare oltre il centrodestra richiamando alle urne quell’elettorato, in buona parte moderato, che si è rifugiato nell’astensionismo. Stefano Parisi deve rivitalizzare alcune idee forza che  contribuiscano  all’emersione di una nuova identità liberal-popolare  e a cui possano guardare con interesse anche coloro che si collocano nel’alveo di una tradizione riformista, socialista e cattolica, mai rinnegata.

La  valutazione e il riconoscimento del merito, l’esercizio di un ruolo e l’assunzione delle responsabilità che ne derivano come facce di una stessa medaglia, la solidarietà  strumento di emancipazione e non di pura assistenza.  La stessa diffusione della tecnologia che viene invocata da tutti a gran voce non sarà indolore. Inciderà profondamente nella pubblica amministrazione, così come sta avvenendo nel sistema bancario, e richiederà di governare processi di mutamento in cui sarà fondamentale la responsabilità attiva del mondo del lavoro. Molte delle attuali difficoltà vengono da una lunga egemonia culturale di ideologie sbagliate. Valga per tutti l’esasperato egualitarismo retributivo e il ruolo di centralità affidato al contratto nazionale. Oggi queste difficoltà sono in parte superate e in parte (forse) in via di superamento nel settore privato. Ma sono rimaste eredità pesantissime nel pubblico impiego in cui la battaglia per l’abolizione delle “gabbie salariali” ha portato come risultato il ripristino delle medesime a danno di chi lavora negli uffici pubblici del nord, rendendo oggettivamente iniquo il trattamento retributivo e più difficile la mobilità territoriale.

In ogni caso la realtà  italiana ha  bisogno, per garantire una “stabilità di sistema”,  di aggregazioni politiche che si legittimino reciprocamente e costituiscano alternative credibili alla guida del paese. In questo senso il successo del progetto affidato a Parisi non è solo nell’interesse di una parte, ma un valore aggiunto per tutto il  quadro politico da cui può trarre beneficio lo stesso partito democratico. Il fatto che alla “Festa dell’Unità” di Milano Parisi (che rimane comunque il leader della minoranza in Consiglio Comunale) non sia stato invitato  è comunque un segnale sbagliato  del Pd locale da cui  l’interessato può trarre  paradossalmente un vantaggio.

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