Il commento di Gianfranco Polillo

Nel cuore più profondo del processo di globalizzazione, si sta manifestando un’incrinatura preoccupante. E’ troppo presto per dire se si avrà una vera e propria rottura. Non si dimentichi, tuttavia, come terminò la prima fase di quel processo: agli inizi del ’900. Un monito che non dovrebbe essere dimenticato, nei giorni in cui i triunviri europei – Merkel, Hollande e Renzi – si incontrano sulla portaerei Garibaldi. Il fallimento della prima globalizzazione portò alla Grande Guerra. E di guerra, seppure a pezzettini, parla oggi Papa Francesco.

Allora il dibattito si polarizzò in due tesi contrapposte. Da un lato Lenin, che parlava del capitalismo monopolistico: un mix di capitale finanziario, grande industria e politica di potenza degli Stati. Dall’altra Hilferding che faceva riferimento al capitale finanziario. Una nuova potenza, in qualche modo scissa dall’economia reale. Capace di internazionalizzarsi ed avere una vita autonoma.

Oggi quei due diversi mondi sembrano convivere. La Russia di Putin è quella che segue soprattutto le orme lasciate da Lenin: con le sue alleanze – dalla Turchia all’Iran – che occupano il vuoto lasciato dall’Occidente. Una scelta consapevole che nasce dalla crisi della globalizzazione. Il crollo dei prezzi dei prodotti energetici ha contribuito ad alimentare le antiche nostalgie del tempo che fu. Essendo venute meno le risorse che garantivano una transizione ordinata verso un’economia più aperta e un crescente benessere sociale.

In Occidente, invece, il peso delle attività finanziarie è enormemente cresciuto rispetto alla produzione tangibile. Quel processo, indicato da Hilferding, sembra quindi rappresentare la chiave analitica più penetrante per comprendere il presente. Il dissociarsi tra questi diversi elementi, che compongono lo sviluppo capitalistico, ha prodotto conseguenze vistose. Il tasso di crescita complessivo, specie delle economie occidentali, è regredito. Mentre il profitto delle attività finanziarie, benché ridimensionato, offre ancora delle attrattive.

Alla perdita di potenza dell’economia reale ha fatto seguito una caduta degli scambi commerciali, ma non una riduzione dei flussi migratori, anch’essi parte integrante del processo di globalizzazione, che sono invece aumentati. L’Occidente si è trovato così in una morsa. Non ha le risorse sufficienti per garantire ai propri abitanti un livello di benessere paragonabile a quello degli anni passati. Deve sostenere un costo aggiuntivo per ospitare i “dannati della Terra” che varcano i mari con il miraggio della terra promessa.

Non può durare. Bisogna quindi prendere atto che i vecchi automatismi della globalizzazione non funzionano più. Non producono convergenza. Ma divaricazione. Ricomporre un quadro segnato da quelle profonde asimmetrie non può essere affidato ai soli meccanismi del mercato.

Ci vuole la politica, che non deve necessariamente ispirarsi a Putin, ma deve avere la stessa lucida determinazione. Se non si vuole ripercorrere le strade dei “vecchi sonnambuli” di un tempo. I quali, oltre cento anni fa, con la loro ignavia, scatenarono le forze dell’Apocalisse

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