In questi giorni in cui la Consulta ha rinviato il giudizio sulla costituzionalità dell’Italicum a dopo il referendum e in parlamento è stata approvata una mozione della maggioranza che apre a possibili modifiche alla legge elettorale, ma implicitamente sempre dopo il voto referendario, a Montecitorio c’è un deputato che se la ride. E molto. Perché, alla luce di quello che sta accadendo, ha avuto ragione lui su tutta la linea. Per la cronaca diciamo solo che quando su Google si cerca la parola “emendamento”, esce subito il suo, l’emendamento Lauricella.

Rinfreschiamo un po’ la memoria. Nel gennaio 2014 (siamo ancora col governo Letta, mentre Matteo Renzi è già segretario del Pd), alla legge elettorale in commissione Affari Costituzionali il deputato Giuseppe Lauricella presenta un emendamento che aggancia la legge elettorale alla riforma costituzionale stabilendo che il nuovo sistema di voto debba entrare in vigore insieme alla riforma delle istituzioni. “Non ha senso approvare una legge elettorale se prima non sappiano che quadro istituzionale avremo davanti: prima si dovrebbe fare la riforma costituzionale e poi, conseguentemente, mettere mano al sistema di voto”, spiega Lauricella.

La proposta non piace a molti, perché sembra un modo per rallentare il percorso dell’Italicum. Ma soprattutto non è gradita a Renzi e Berlusconi, che invece vorrebbero veder approvata una nuova legge elettorale velocemente (la Consulta aveva da poco bocciato il Porcellum), così da potersi tenere aperta la strada delle urne. Soprattutto a Renzi, che in quel momento non è ancora premier, non dispiacerebbe potersi giocare la carta elettorale. Nonostante le pressioni, però, Lauricella non ritira l’emendamento che, probabilmente, con il voto segreto sarebbe passato. I renziani e Renato Brunetta lo attaccano duramente. Alla fine l’emendamento verrà ritirato solo quando la maggioranza accetterà di sostituirlo con un altro emendamento, sempre di Lauricella, che stralcia dall’Italicum l’articolo 2, ovvero la parte che riguarda il Senato. “Dato che la riforma costituzionale avrebbe previsto la fine del bicameralismo perfetto e solo una Camera elettiva (Montecitorio) non aveva senso legiferare anche sul Senato. Era più edulcorato rispetto al primo, ma l’obbiettivo era lo stesso”, continua il deputato. Infatti il risultato è raggiunto: la legge elettorale, anche se fosse approvata prima (come poi è avvenuto), sarebbe entrata in vigore parallelamente all’approvazione della riforma costituzionale. In questo modo sfumarono le aspirazioni renziane di elezioni anticipate (si sarebbe dovuti andare al voto con il Consultellum, ovvero ciò che restava del Porcellum). Insomma, secondo i boatos, Lauricella ruppe a Renzi e Berlusconi il giocattolo delle urne: fu così che l’ex rottamatore decise di arrivare a Palazzo Chigi senza passare per il voto, ma sostituendo Enrico Letta.

Fu proprio grazie a Lauricella, dunque, con l’aggancio dell’Italicum alle modifiche costituzionali, che la legislatura si allungò. E oggi gli hanno dato ragione sia la Corte costituzionale che la mozione della maggioranza approvata in parlamento. Una bella soddisfazione. “Si figuri che Brunetta, uno dei primi ad attaccarmi nel 2014, prima dell’approvazione finale dell’Italicum ne presentò uno identico. Che avevo ragione me l’ha riconosciuto anche Michele Ainis. Qualche collega me lo dice e sui divanetti in Transatlantico ci scherziamo anche sopra…Va bene così”.

Palermitano, della Palermo-bene, stimato giurista e figlio d’arte (suo padre Salvatore fu ministro del Psi prima alla Ricerca scientifica e poi ai Lavori pubblici), Lauricella è docente di Diritto pubblico costituzionale all’Università di Palermo. Dopo essere stato candidato nella lista per Anna Finocchiaro presidente alle Regionali siciliane nel 2008 (è il più votato, ma non viene eletto), nel 2013 arriva a Montecitorio. Prima gravita nella minoranza, poi se ne distanzia proprio per divergenze sulla legge elettorale. E infatti mercoledì scorso, mentre Speranza & C. decidevano di non partecipare al voto, lui ha detto sì alla mozione della maggioranza. “La minoranza ha commesso un grave errore: si sarebbe dovuta intestare il documento come una vittoria, perché ha sancito il cambio di linea del presidente del consiglio sulla legge elettorale. E invece che fa? Non partecipa al voto. Mah”, osserva perplesso con la sua garbata, ma decisa, cadenza palermitana.

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