L'analisi di Walter Galbusera

Il tempo stringe per Stefano Parisi che, dopo essere uscito allo scoperto con il suo apprezzato evento “Energie per l’Italia” deve riuscire non solo ad entrare stabilmente nel dibattito politico ma, soprattutto, ad acquisire la necessaria autorevolezza per essere un interlocutore diretto di Matteo Renzi.

La “due diligence” di Forza Italia si è conclusa con la presa d’atto (come era prevedibile) che, prima della riorganizzazione del partito, bisogna ripensare il progetto politico per andare al di là del centro destra tradizionale che si era riconosciuto nel Popolo della Libertà. Da qui l’idea di dar vita ad un’area politica liberal-popolare che rinascendo sulle ceneri del vecchio centrodestra, ma non solo, avrebbe dovuto costituire un soggetto di governo credibile in una prospettiva di alternanza alla guida del Paese.

Uno schieramento moderato con una identità chiara e un progetto coraggioso e di buon senso è una necessità del Paese pari a quella di una sinistra riformista di governo. In questo senso il tentativo di Parisi dovrebbe essere incoraggiato da tutti coloro che aspirano ad un’Italia normale. Ma le insidie maggiori per Parisi oggi vengono dagli apparati dei vecchi partiti.

In primo luogo la Lega in versione Salvini che è ormai avviato in un percorso lepenista in cui l’obiettivo non è costruire una maggioranza di governo ma ottenere, rimanendo all’opposizione, un buon risultato elettorale per il proprio partito. Tesi rispettabilissima ma difficilmente conciliabile non solo con la storia della Lega, ma con il ruolo e le prospettive di storici dirigenti del Carroccio, a partire da Maroni e Zaia, che si cimentano da anni nelle responsabilità di governo di due tra le più importanti regioni Italiane come la Lombardia e il Veneto, anche in alleanza con forze politiche che a Roma sono invece alleati di Matteo Renzi.

Ma i nemici non mancano neppure in Forza Italia e c’è la sensazione che rischino di aumentare se Parisi dovesse assumere posizioni politiche forti, come normalmente accade per un leader di partito. Significativa è la questione del referendum costituzionale. La svolta nella vita politica italiana ci sarebbe stata con il Sì alla riforma (e all’Italicum) che peraltro non fu a suo tempo un’idea solo di Renzi. Parisi – non essendo in grado di sostenere da solo l’offensiva congiunta dei leghisti e dei cacicchi di Forza Italia – ha trovato un’abile soluzione dialettica di compromesso scegliendo un “No ottimistico”, nella convinzione che la sconfitta del Sì non produrrebbe una pericolosa situazione di instabilità politica e istituzionale.

Di conseguenza Parisi ha sostenuto che in caso di sconfitta Renzi non si debba dimettere, suscitando le ire degli ultras azzurri in servizio effettivo permanente nell’esercito anti Renzi. Al di là della specifica vicenda è chiaro che la ricostruzione di un’area politica non ha bisogno di imboscate, ma di un alto livello di analisi e di proposte, non contro ma, come dice Parisi, “per”.

E’ facile immaginare che anche su temi fondamentali come le pensioni, l’immigrazione, la scuola, le politiche del lavoro, per non parlare della politica estera alle riflessioni e alle proposte di Parisi seguirebbero non confronti costruttivi, ma un fuoco polemico di sbarramento. Per questo c’è bisogno di un atto di coraggio da parte di Silvio Berlusconi (che ha fatto le prime mosse con intelligenza) non solo nell’interesse della propria parte politica ma nell’interesse del paese.

Se ritiene che la scelta fatta di Parisi come nuovo leader sia giusta vada avanti con determinazione sostenendo nei contenuti il progetto politico liberal-popolare. Se lascerà spazio ad un confronto senza regole all’interno di Forza Italia, questo progetto rischia non solo di indebolirsi, ma anche di fallire e lasciare il campo a nuovi (e non necessariamente graditi) protagonisti. Chi scuote l’albero non è detto che debba raccoglierne i frutti.

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