Il punto sul destino della Fiera di Roma - tra colpi di mano e polemiche - a 24 ore di distanza dalle cinque dimissioni che hanno messo a dura prova l'amministrazione capitolina

Assorbire le cinque dimissioni maturate tra la notte di mercoledì e la giornata di ieri e provare ad andare avanti. E’ questo l’imperativo di Virginia Raggi che adesso dovrà raccogliere le idee e i pezzi di un puzzle andato letteralmente in frantumi nelle ultime 24 ore. Nell’arco di neppure un giorno, si sono dimessi il capo di gabinetto Carla Raineri, l’assessore al Bilancio e alle Partecipate Marcello Minenna, i vertici di Atac (l’amministratore unico Armando Brandolese e il direttore generale Marco Rettighieri)  e, infine, anche il numero uno di Ama Alessandro Solidoro. Raggi e il suo staff dovranno sostituirli nel più breve tempo possibile (ieri è stato nominato Manuel Fantasia ai vertici di Atac) ma nel frattempo i fascicoli sulla scrivania del sindaco continuano ad aumentare. Tra i principali in questa fase c’è pure quello che riguarda il destino della Fiera di Roma.

L’INIZIATIVA DI BERDINI

Porta la firma dell’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini la delibera con cui il Campidoglio ha ridotto le cubature edificabili sull’area dell’ex Fiera di Roma di via Cristoforo Colombo. La decisione – che sta causando polemiche in città, soprattutto tra le associazioni di rappresentanza degli imprenditori e l’amministrazione capitolina – si inserisce nella querelle per il salvataggio della Nuova Fiera di Roma (qui, qui e qui gli ultimi approfondimenti di Formiche.net), che sorge invece tra la Capitale e l’aeroporto di Fiumicino.

LA DELIBERA

L’Assemblea Capitolina a guida cinquestelle ha modificato la delibera che era stata varata l’estate scorsa quando a Roma governava ancora Ignazio Marino. Dalla cubatura di 67.000 mila metri quadri inizialmente prevista si è passati a 44.000 metri quadri: ciò vuol dire, in sostanza, che nell’area dell’ex Fiera di Roma si potrà costruire di meno rispetto a quanto era stato stabilito dalla maggioranza di centrosinistra un anno fa. Ma perché questo intervento ha scatenato polemiche e scontri? E, soprattutto, cosa potrebbe cambiare ora per la Nuova Fiera di Roma?

LA VECCHIA E LA NUOVA FIERA 

Domande alle quali è possibile rispondere solo sottolineando quale sia l’assetto proprietario delle due strutture. Entrambe – sia la vecchia che la nuova Fiera – sono di proprietà della società Fiera di Roma Srl, il cui capitale sociale è a sua volta detenuto al 100% da un’altra società che si chiama Investimenti Spa. Il pacchetto azionario di quest’ultima fa capo ad una pluralità di soci: la Camera di Commercio di Roma – socio di maggioranza con il 58% – il Campidoglio con il 21%, la Regione Lazio e Lazio Innova con il 9,8% ciascuno. Un assetto proprietario complesso che lega indissolubilmente i destini della nuova Fiera di Roma a quelli della vecchia. Anche perché senza la vendita della seconda la prima rischia seriamente di fallire.

I DEBITI DELLA NUOVA FIERA

Nel 2005, infatti, la costruzione della Nuova Fiera venne finanziata attraverso un prestito di circa 200 milioni da parte di Capitalia, il gruppo bancario di cui faceva parte anche Banca di Roma, che si è poi fuso in Unicredit nel 2007. Soldi che avrebbero dovuto essere restituiti attraverso un processo di valorizzazione e poi di vendita della vecchia Fiera di Roma. Quel piano è però rimasto lettera morta per un decennio con la conseguenza di mettere seriamente a rischio la sopravvivenza della Nuova Fiera, che ha, inoltre, un debito di 30 milioni di euro verso i fornitori per il quale è stata ammessa il 3 marzo 2015 alla procedura di concordato preventivo con continuità aziendale.

L’IMPORTANZA DELLA VECCHIA FIERA

In questo quadro, dunque, la valorizzazione della vecchia Fiera risulta fondamentale per garantire il futuro della Nuova. Un processo che l’amministrazione di Virginia Raggi – su input di Berdini – non ha bloccato, ma solo modificato, con la decisione di ridurre le volumetrie edificabili in quell’area. Questa scelta, però, secondo i detrattori dell’operazione, rischia di danneggiare seriamente i propositi di salvataggio della Nuova Fiera di Roma: la diminuzione dei metri cubi edificabili, infatti, dovrebbe (o potrebbe) causare la riduzione del rendimento economico del complesso urbanistico e quindi del suo valore, che è garanzia del credito vantato da Unicredit.

L’OPINIONE DI BERDINI

Un rischio inesistente per Berdini, che ha rivendicato con forza il provvedimento: “Dopo 9 anni finalmente si sblocca la situazione. Adesso Investimenti Spa potrà andare dai creditori e dire ‘io ho la cubatura’. Ha un piano di investimenti e se loro rilanciano con questa cubatura a mio giudizio le banche gli faranno i ponti d’oro. Non ci sarà alcun fallimento“. E a chi ha paventato che questo provvedimento possa esporlo ad una responsabilità per danno erariale ha risposto per le rime: “Bisognerebbe parlare del danno erariale che si è avuto in questi nove anni con una situazione bloccata. Dove stava il consiglio di Investimenti Spa? Dovranno spiegare di fronte alle autorità contabili dello Stato perché non hanno costituito i loro diritti negli anni precedenti“.

LE ASSOCIAZIONI SUL PIEDE DI GUERRA

Parole che non hanno convinto alcune delle principali associazioni di rappresentanza del mondo delle imprese. Netto il giudizio del presidente della Cna di Roma Erino Colombi: “Le modifiche del Comune di Roma su quanto già concordato a proposito della delibera sulla valorizzazione della vecchia Fiera rischiano, pericolosamente, di condannare a morte la nuova. Questo sarebbe un grave danno d’immagine per tutto il Paese con ricadute economiche pesantissime sul nostro territorio“. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il presidente di Federalberghi Roma Giuseppe Roscioli ( “Berdini si ravveda o ci sarà un problema serio per tutto il nostro sistema economico“) e il direttore generale di Federlazio Luciano Mocci (“la delibera mette a rischio la sopravvivenza della nuova Fiera“).

L’ATTACCO DELLA CAMERA DI COMMERCIO

Il commento in assoluto più duro è arrivato, però, dalla Camera di Commercio che della questione è parte in causa fondamentale in quanto socio di maggioranza di Investimenti Spa. Subito dopo il sì dell’Assemblea Capitolina, l’ente guidato da Lorenzo Tagliavanti ha diffuso una nota al vetriolo: “La delibera proposta dall’assessore Berdini e approvata dal Consiglio comunale crea un danno pubblico. Un danno ai soci di Investimenti Spa e un danno ai cittadini romani che si trovano depauperata un’area cittadina che poteva essere valorizzata in maniera migliore. La prima delibera, nel 2005, prevedeva 288mila metri cubi, poi si è passati a 216mila metri cubi nel 2015 e oggi siamo scesi a 130mila metri cubi: meno della volumetria esistente. Un danno che mina anche gli equilibri finanziari delle società coinvolte con il serio rischio che Roma si ritrovi, in tempi brevi, senza una sua Fiera con conseguenze gravi, in primis, per i lavoratori e i fornitori“.

Una presa di posizione netta, alla quale la Camera di Commercio ha fatto seguire la minaccia di una possibile uscita da tutte le partecipate “in cui collabora con il Comune di Roma a partire da Investimenti Spa“. Le altre più importanti sono la Fondazione Musica per Roma (che gestisce l’Auditorium di Renzo Piano) e il Teatro dell’Opera.

LA REGIONE CONTRO BERDINI

Minaccia replicata anche dalla Regione Lazio con una nota con la quale ha fortemente stigmatizzato sia il merito che il metodo scelto dal Campidoglio: “Preso atto dell’orientamento della nuova amministrazione di assumere decisioni strategiche nelle aziende partecipate, al di fuori di ogni forma di concertazione o anche solo di consultazione con i soci, a settembre sarà opportuno un confronto per capire se esistano le condizioni minime per rimanere come Regione all’interno delle società partecipate“. E adesso potrebbe essere proprio l’ente guidato da Nicola Zingaretti a rompere le uova nel paniere di Berdini. La Regione, infatti, avrebbe ancora il potere di bloccare la ratifica finale della delibera capitolina, nell’eventualità che siano riscontrati motivi di natura tecnica. Una scelta che – secondo il quotidiano Il Tempo – “sarebbe orientata a fare“.

L’INTERESSE DEI CINESI

Che il momento sia di grandissima tensione, è confermato anche da quanto accaduto lo scorso 29 agosto quando i vertici dell’amministrazione capitolina hanno dato forfait all’assemblea dei soci di Investimenti Spa a cui, invece, erano presenti Regione e Camera di Commercio. Intanto si fa strada anche l’ipotesi che almeno una parte della nuova Fiera di Roma possa essere venduta: l’ha rilanciata Panorama, secondo cui ci sarebbe un gruppo cinese interessato ad acquistare alcuni padiglioni della struttura per farne un centro di stoccaggio.

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