Trattato nucleare, la minaccia di Putin agli Usa e lo spettro della Cina

Trattato nucleare, la minaccia di Putin agli Usa e lo spettro della Cina
Putin reagisce all'annuncio dell'ultimatum sul ritiro americano dall'Inf: ci comporteremo come gli Usa, faremo nuovi missili anche noi. Da non sottovalutare, nella decisione di Washington, anche il "fattore Cina"

Se gli Stati Uniti usciranno dal trattato sui missili nucleari a medio raggio, l’INF, allora la Russia si sentirà libera di sviluppare un proprio programma di vettori balistici, ha minacciato il presidente russo, Vladimir Putin. Le dichiarazioni del capo del Cremlino sono arrivate come risposta a Washington: il giorno precedente, il segretario di stato americano, Mike Pompeo, durante un discorso alla ministeriale Nato, aveva annunciato pubblicamente la decisione americana di uscire dal trattato, accusando Mosca di “violarlo materialmente”, e alzando un ultimatum di 60 giorni entro cui la Russia avrebbe avuto il tempo per correggere quelle violazioni.

Pompeo non ha fornito prove, ma ha detto che gli Stati Uniti sono a conoscenza del comportamento scorretto russo. Da anni gli americani denunciano le infrazioni di Mosca, e Pompeo stesso, attraverso un fact-sheet diffuso dal suo dipartimento, si era occupato di spiegare ai cittadini americani e al mondo come mai si era arrivati a questo punto e come i russi avevano trasgredito via via all’intesa. Per esempio, gli Stati Uniti e la Nato sostengono che i test di un nuovo missile da crociera russo, sigla tecnica 9M729, violino il trattato.

Senza il riallineamento della Russia, secondo l’annuncio del segretario di Stato, gli Stati Uniti andranno ad abbandonare definitivamente l’accordo, siglato nel 1987 e considerato una pietra miliare nel ridurre la minaccia di una guerra nucleare in Europa; il trattato INF – acronimo inglese di Intermediate-Range Nuclear Forces (Treaty) – è stato firmato da Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev, e come obiettivo ha la messo al bando di missili balistici ground-launched, ossia lanciati da terra, con un raggio compreso tra 500-5.500 km.

Mercoledì, da Mosca, Putin ha detto durante una conferenza stampa che gli Stati Uniti non hanno fornito “prove” di violazioni russe e stanno minacciando una corsa agli armamenti, perché sono loro che stanno cercando di sviluppare nuovi missili a medio raggio dopo l’uscita dall’INF. “Evidentemente i nostri partner americani credono che la situazione sia cambiata così drasticamente al punto che avere tali armi sia necessario”, ha detto Putin: “Quale è la risposta da parte nostra? Una e semplice: allora faremo lo stesso”.

Martedì il Washington Post ha pubblicato un’esclusiva su una nota interna diffusa dal consigliere per la Sicurezza nazionale americana, John Bolton. Nel memorandum firmato e diffuso da Bolton, si comunicava agli alti livelli della Difesa, fino al segretario, la decisione del presidente sull’INF, si ordinava di “prendere tutte le disposizioni necessarie” per attuare il ritiro “entro il 4 dicembre 2018″ e si invita il Pentagono a “sviluppare e dispiegare missili da terra il prima possibile”.

In realtà il Pentagono, fanno notare esperti militari citati dal Guardian, potrebbe impiegare diverso tempo per sviluppare un missile completamente nuovo, però gli Stati Uniti potrebbero utilizzare le armi a medio raggio esistenti nel proprio arsenale, come i missili da crociera Tomahawk lanciati via mare, e adattarle per il lancio al suolo in modo rapido.

La situazione è piuttosto delicata. Durante il G20, i delegati dell’amministrazione Trump si sono incontrati con i tedeschi, lateralmente al faccia a faccia tra Donald Trump e Angela Merkel, anche per discutere di questo. Berlino ha guidato le richieste degli alleati americani in Europa, che hanno chiesto a Washington tempo per organizzarsi prima del completo ritiro. Evidentemente quei sessanta giorni annunciati da Pompeo sono uno shift dal memo perentorio e immediato diffuso da Bolton, in allineamento proprio con quelle richieste europee.

La riunione della ministeriale Esteri a cui ha partecipato Pompeo, sebbene programmata da tempo, ha avuto anche come scopo profondo discussioni su questo argomento, rivelano in forma discreta fonti Nato. Gli alleati americani condividono sostanzialmente le posizioni sulla Russia, ma sentono la delicatezza del contesto e temono reazioni da parte Mosca. L’impasse attuale arriva infatti in mezzo a un accumulo di forze russe e Nato in Europa, con l’Alleanza Atlantica che sostiene che la Russia abbia schierato anche missili a propulsione nucleare a Kaliningrad, l’exclave russa tra Polonia e Lituania ormai completamente militarizzata.

Mercoledì l’esercito russo ha confermato anche di aver schierato nuovi missili anti-aerei e anti-nave in Crimea, dopo lo scontro marittimo di una decina di giorni fa con l’Ucraina sul Mar d’Azov, il bacino conteso a nord-est del Mar Nero, che la Russia ha chiuso con un ponte che blocca lo stretto di Kerč.

Da non sottovalutare inoltre uno scenario più complesso, a cui forse allude Putin quando parla della “necessità” americana di sviluppare nuovi missili. Sulla decisione statunitense sull’Inf, al di là del contenimento delle violazioni russe e dell’aggressività di Mosca, non va dimenticato il fattore Cina. Washington, avendo firmato l’accordo, non potrebbe sviluppare in quel senso il programma nucleare: ma quell’intesa riguardava un mondo a diverse polarità rispetto alle attuali. Ora è Pechino e non più Mosca il principale concorrente strategico globale americano, e la Cina non è interessata dal trattato, dunque può portare avanti il proprio programma atomico militare e sviluppare il proprio deterrente, con gli stati Uniti che potrebbero rischiare di rimanere indietro.

ultima modifica: 2018-12-06T08:41:57+00:00 da Emanuele Rossi

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: