Ad oggi nella City sembra regnare un ordine innaturale: gli affari scorrono business as usual, e la maggior parte delle persone affronta l'argomento con lucidità. Nel frattempo lo spettro del no deal incendia gli animi, tra nodo Irlanda e braccio di ferro Londra-Bruxelles

In una famosa barzelletta sulla aplomb londinese si racconta di un maggiordomo particolarmente solerte entrare diverse volte nella biblioteca per avvertire il Lord, intento nella lettura del giornale, dell’esondazione del Tamigi. A seguito di composti ma puntuali avvertimenti andati a vuoto – “My Lord, il Tamigi sta esondando a causa delle forti piogge, la popolazione scappa”, “My Lord, il Tamigi ha allagato diverse cantine nella nostra zona”, “My Lord, il Tamigi ha raggiunto il primo piano” – il maggiordomo torna, apre la porta, e annuncia impettito: “My Lord, il Tamigi”.

Ho pensato spesso a questa freddura nei giorni scorsi, immaginandomi un ipotetico maggiordomo che il 29 marzo 2019, alle ore 11 am, Gmt, aprirà le porte pronunciando al cospetto del popolo inglese: “Ladies and Gentlemen, la Brexit”.

Ad oggi, nella City, sembra infatti regnare un ordine vagamente innaturale: gli affari scorrono business as usual, e la maggior parte delle persone affronta l’argomento con lucidità, decoro, rispetto per istituzioni e sottomissione alla volontà parlamentare (sebbene, di tanto in tanto, traspaia una punta di rammarico).

Nel frattempo, tuttavia, lo spettro del no deal incendia gli animi e si presta, evidentemente, a violente strumentalizzazioni politiche (a questa prassi generale, possiamo dirlo, non fa eccezione neppure il civile Regno Unito), mentre il Parlamento cerca disperatamente di portare a casa un Piano B.

Theresa May ha infatti affrontato nella giornata di ieri il voto su diversi emendamenti cruciali per il futuro dell’uscita della Uk dall’Unione Europea e quindi, in definitiva, per il futuro del Paese stesso.

Per fare alcuni esempi di quello che era sul tavolo: l’Yvette Cooper Amendment, che puntava a un’estensione del termine di due anni previsto dall’articolo 50 Tue per la negoziazione del trattato di uscita, senza il quale l’Inghilterra (ne abbiamo già parlato) si troverebbe rispetto all’Europa nella posizione di un qualsiasi Paese del Wto. L’Official Labour Amendment, finalizzato a evitare il no deal proponendo il modello della custom union (una sorta di prolungamento del libero scambio con l’Unione Europea). Attenzione! Si contavano anche gli Amendment to the Labour Amendment e l’Amendment C, tutti finalizzati allo svolgimento di un secondo referendum sulla Brexit. Infine, il famoso Brady Amendment, per la ricerca di una soluzione di compromesso tra il “backstop” previsto nel Withdrawal Agreement da poco bocciato dal voto parlamentare e il ritorno di un “hard border” tra Irlanda del Nord e Irlanda del Sud.

Nella House of Commons è il caos, ora dopo ora si susseguono gli interventi parlamentari. Corbyn dichiara infervorato che l’estensione del termine di due anni previsto dall’articolo 50 Tue è “inevitabile, perché la Uk non è neppure vicina a predisporre la legislazione necessaria in tempo per il 29 marzo 2019”, ma che l’estensione deve essere di soli tre mesi. Corbyn dichiara, sempre infervorato, di sostenere con forza il modello norvegese. Michael Gove, ministro dell’Ambiente, insinua (infervorato) che Corbyn si opponga all’intervento della parlamentare laburista Angela Smith a causa del sostegno (infervorato) di quest’ultima all’idea di un secondo referendum. Corbyn non risponde. Ian Blackford recupera il tema, anch’esso piuttosto delicato, della Scozia, che dovrebbe “avere il diritto di determinare il proprio futuro” rimanendo come Paese indipendente all’interno dell’Unione Europea. Yvette Cooper manifesta il timore che mentre la politica perda tempo intenta ad “inseguire gli unicorni”, il ritardo finisca per portare l’Inghilterra dritta dentro la fossa del no deal. A ben guardare, Yvette Cooper non ha affatto torto: il tempo stringe, e il voto parlamentare è solo un piccolo passo avanti rispetto alla strada che manca da percorrere per chiudere un nuovo accordo.

Ed infatti, indipendentemente dall’esito dei lavori, il margine di manovra della Gran Bretagna sarebbe stato in ogni caso sottilissimo: qualsiasi modifica del trattato andrà comunque rinegoziata con l’Unione Europea, l’estensione dei due anni di cui all’articolo 50 va approvata dagli Stati membri addirittura all’unanimità. L’unica strada autonomamente percorribile sarebbe stata quella, molto spinosa, di indire un secondo referendum ed in caso di vittoria del Remain (da vedere tuttavia con che maggioranza) revocare la notifica di uscita dall’Unione inviata due anni e mezzo fa – procedura che, come chiarito dalla Corte di Giustizia nel Wightman Case, è unilateralmente attivabile dall’Inghilterra.

In tarda serata, alla fine di una giornata di lavori tutta spesa a fare i conti senza l’oste (vedere alla voce: Unione Europea), il Parlamento vota (con maggioranza esigua) il Brady Amendment, che rispedisce Theresa May a Bruxelles per rinegoziare il “backstop” irlandese, vero punto dolente del trattato di uscita respinto dal Parlamento. E, come volevasi dimostrare, solo pochi minuti dopo, Donald Tusk chiarisce la posizione dell’Unione Europea (il sospetto è che lo statement fosse già pronto qualsiasi fosse stato il risultato delle votazioni): nessuna apertura a nuove negoziazioni, tanto meno a una marcia indietro dell’Ue sul backstop.

Ancora una volta le posizioni sembrano inavvicinabili, come lo erano due anni e mezzo fa all’inizio del cammino di Brexit. Solo che questa volta il tempo residuo prima della fatidica data sembra essere davvero poco per qualsiasi avvicinamento. In altri termini, l’orologio della Brexit continua a scorrere, e il maggiordomo si prepara ad aprire la porta.

Condividi tramite