Chi in Vaticano ha fatto filtrare l’indiscrezione dei sondaggi cinesi per un possibile “pit-stop” presidenziale a San Pietro potrebbe aver apprezzato che questo poi non ci sia stato. E forse quella notizia ha favorito quanti nell'apparato cinese non condividevano l’idea e l’hanno affondata, magari dopo la divulgazione dell’indiscrezione

La battuta, efficace e sgradevole, per la quale dopo giornate di relax, shopping e turismo, il Presidente cinese Xi arrivando a Parigi ha cominciato il tour politico in questo suo viaggio europeo, ha una sua efficacia. E non soltanto per la qualità, e quantità, degli interlocutori parigini. Il fatto vero è che l’impressione che a Roma si sia persa un’occasione appare fondata, o più che fondata. Se ci fosse stato Andreotti si sarebbe potuto pensare a una battuta, formulata da autorità italiane nella fase preliminare, quando la sosta di Xi a Roma è stata studiata. Una battuta del genere: “Se il Presidente e segretario generale davvero intende parlare di Via della Seta durante il suo viaggio romano, prima che a Piazza del Quirinale passi a Piazza San Pietro”.

Il progetto della Via della Seta ha mille implicazioni, mille risvolti, ma soprattutto per essere affrontato come tale ha bisogno di un’anima, della sua anima. E in questi tempi in cui l’Oriente sembra conquistare il mondo e l’Occidente perdere fiducia in sé stesso, quasi in preda a una crisi di nervi più che di sistema, quest’anima va trovata insieme, e pochi più dei signori del Vaticano sembrano capaci di guardare così lontano da poter aiutare a vedere così vicino. Il suggerimento “andreottiano” sarebbe stato importante sebbene, come sempre, da giocarsi sul crinale più delicato. I fatti sono sembrati tali da dirci, o farci pensare, che tanto nel Partito Comunista Cinese quanto nella curia romana ci fossero nemici della visita di Xi dentro la città leonina. Chi in Vaticano ha fatto filtrare l’indiscrezione dei sondaggi cinesi per un possibile “pit-stop” presidenziale a San Pietro potrebbe infatti aver apprezzato che questo poi non ci sia stato. Forse infatti quella notizia ha favorito quanti nell’apparato cinese non condividevano l’idea e l’hanno affondata, magari dopo la divulgazione dell’indiscrezione. Che gli opposti convergano non sarebbe certo una novità. Chi avversa il disgelo con la Cina in Vaticano avrà le sue ragioni, radicate in una visione occidentale e allergica ai metodi di Pechino. Chi nel partito non gradisce aperture non vuole, da parte sua, cambiare metodo, in nulla e per nulla. E che il segretario di oggi, come l’imperatore di ieri, sia espressione di un potere assoluto, che comprende anche quello religioso, è noto. È proprio questo che rende paurosa la Via della seta come la pensa Pechino, questa concezione del potere integrale, quello che ha indotto un oscuro funzionario cinese a redarguire una giornalista italiana addirittura al Quirinale: “La devi smettere di scrivere male della Cina”, le avrebbe detto. Solo un’idea diversa del potere potrebbe cambiare la Via, più che la seta.

E l’accordo provvisorio tra Cina e Vaticano ha prodotto lo strappo più evidente nella storia del Potere a Pechino: “Il figlio del cielo”, cioè l’imperatore oggi segretario generale, ha riconosciuto il vescovo di Roma capo della Chiesa in Cina. È stato un ritiro, un principio di ritiro, epocale. Andare a rendere visita a quel vescovo avrebbe reso la scelta ancor più politica, anzi, più culturale.

Purtroppo il suggerimento andreottiano non c’è stato, la visita romana ha trovato un senso solo nelle parole del Presidente Mattarella, ma di come “vivere insieme” lungo la vita della seta nessun altro ha parlato. I diritti sono apparsi un richiamo, o un convitato di pietra, tanto scomodo da togliere dagli argomenti in discussione quello dell’anima, quella di cui il progetto ha disperatamente bisogno. L’esperienza africana, terza gamba di un progetto che già vede molte modalità cinesi esprimersi seguendo sistemi non tutti negativi ma sovente allarmanti, ci dice che Papa Francesco se avesse consegnato in dono a Xi una copia in cinese della “Dichiarazione sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmata insieme all’imam al Tayyeb recentemente, avrebbe fatto ai fautori della Via della seta il più grande regalo che potevano attendersi da un viaggio in Europa.

Aver considerato invece questo incontro in funzione di 2 o di ipotetici 20 miliardi di utile è stato un errore, o forse un limite. Perché è difficile non convenire con il direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, che a riguardo ha scritto su Vatican Insider: “Quel che è certo è che la Via della seta, per il suo respiro e le sue ambizioni, non potrà realizzarsi senza questa crescente fiducia tra Pechino e Roma intesa come la sede di Pietro, data la natura globale del cristianesimo”.

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