Egitto, Russia e Francia provano a smarcarsi dalle mosse del Feldmaresciallo, gli Usa rinnovano l'impegno per trovare una soluzione con Roma. Intanto l'Eni ha evacuato il personale dagli stabilimenti libici e monitora le evoluzioni

Ore frenetiche per il futuro della Libia sull’orlo della guerra civile. C’è un aspetto militare riferito agli scontri sul campo tra le truppe del Generale Khalifa Haftar in avanzamento verso Tripoli e ricacciate indietro dalle milizie fedeli a Serraj e poi, non meno importante, un ambito diplomatico che vede l’Onu, la Nato e i ministri degli Esteri riuniti in Francia per la ministeriale del G7 che obbliga ad una soluzione internazionale all’emergenza libica. Dalla sua il governo italiano, per uscire dall’impasse che si è venuto a creare, ha pure trovato il sostegno degli Usa. “Siamo impegnati a promuovere la stabilità nel Nord Africa e nel Sahel, inclusa la Libia che – ha spiegato all’Ansa un portavoce del Dipartimento di Stato americano – resta una priorità del dialogo strategico con l’Italia”.

Da registrare, pur se con cautela, un’ulteriore novità: l’attivismo di Russia ed Egitto – da sempre sostenitori di Haftar – nel richiedere ufficialmente una via d’uscita politica al caos che versa nel Paese. “Mosca sostiene la via politica per la risoluzione della crisi in Libia” – ha dichiarato il viceministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov, nel corso di una telefonata con Haftar.

Unità d’intenti anche tra Francia e Italia che con i ministri degli Esteri, Le Drian e Moavero hanno provato a smussare le posizioni contrastanti degli ultimi mesi con i transalpini che a loro volta hanno appoggiato il Feldmaresciallo della Cirenaica. “Italia e Francia – ha detto Moavero – hanno a volte avuto uno sguardo diverso, ma ci siamo trovati assolutamente nel fare un appello concorde verso una soluzione che non preveda interventi militari che possono creare fatti compiuti e conflitti che non aiutano certamente la soluzione politica inclusiva”. Posizione condivisa dall’omologo francese mentre Ghassan Salamé, inviato Onu in Libia, ha tenuto a precisare che la conferenza di pace a Ghadames non è ancora saltata e farà il possibile per mettere ancora attorno a un tavolo le varie fazioni del Paese.
Dopo tante divisioni la comunità internazionale prova a giocare la carta del buonsenso, resta da capire se questa sarà la stessa strada che sceglierà di intraprendere Haftar nelle prossime ore. Gli analisti militari che studiano le mosse del Generale ritengono infatti che il Feldmaresciallo potrebbe aver fatto il passo più lungo della gamba con un attacco frettoloso, mal pianificato che non è possibile escludere possa persino ritorcersi contro di lui. È l’analisi anche di Mustafa Abushagur, ex vicepremier libico, che su Twitter ha scritto: “L’avventura di Haftar per controllare Tripoli era finalizzata a dimostrare ai suoi sostenitori e al mondo che solo lui poteva governare la Libia. Ma con la sua sconfitta a Tripoli finirà il suo ruolo politico in Libia e si affermerà con più forza il sostegno di chi vuole davvero bene al Paese”.

È chiaro adesso che le carte da giocare sono ancora tante da parte della comunità internazionale, l’incognita è se chi fino ad oggi ha soffiato alle spalle di Haftar avrà ora la forza per fermare realmente i piani di conquista del Generale. Per l’Italia una possibile conquista di Tripoli da parte del Feldmaresciallo della Cirenaica sarebbe un problema sia per gli aspetti commerciali che per la questione dei flussi migratori. Ieri intanto l’Eni ha confermato di aver evacuato una parte del personale che lavora all’interno dei propri stabilimenti in Libia, pur precisando che la situazione è pienamente sotto controllo e che non si registrano pericoli né per la produzione che per l’incolumità delle persone.

L’Italia paga comunque una sottovalutazione del dossier libico. Se fino allo scorso anno la catena di comando Minniti (ministro dell’Interno), Manenti (Aise) e Perrone (Ambasciata di Tripoli) aveva garantito un periodo di relativa tranquillità, ora con la sostituzione dell’intera filiera di gestione con altri uomini la situazione è precipitata. L’unica buona notizia è che gli Usa, nonostante le aperture italiane alla Cina, le ambiguità su Russia e Venezuela, hanno dimostrato vicinanza al governo per aiutare a gestire questa situazione di forte crisi. Cosa ne sarà di qui ai prossimi giorni lo si deciderà sul campo di guerra libico, ma soprattutto nelle sedi dei consessi internazionali. Ciò che accaduto nel 2011 con la destituzione di Gheddafi e il conseguente arrivo di oltre 700mila migranti in pochi anni sulle nostre coste rende ben chiara l’idea su quanto la Libia sia strategicamente fondamentale per il nostro Paese e per la salvaguardia del Mediterraneo.

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