Interferenze russe, la versione di Putin e la verità di Trump

Interferenze russe, la versione di Putin e la verità di Trump
Oggi in Italia per una visita di Stato, il capo del Cremlino sostiene in un'ampia intervista sul Corriere che l'inchiesta di Robert Mueller sulle interferenze russe sia stata "un buco nell'acqua". Ma a dimostrare il contrario ci sono il report del procuratore speciale e le stesse sanzioni imposte dall'amministrazione Trump. Fatti e analisi

Nel confronto geopolitico odierno – che vede il cyber space come teatro privilegiato nel quale l’utilizzo di narrative aggressive trova piena diffusione con l’intento di influenzare l’opinione pubblica – la Russia respinge il ruolo di regista di campagne di attività di disinformazione, assegnatole però senza dubbi dagli apparati di intelligence occidentali e dalla stessa amministrazione americana, che ha imposto sanzioni a svariati soggetti russi proprio perché ritenuti responsabili di interferenze alla presidenziali del 2016.

LA VISITA DI PUTIN

Oggi in Italia per una visita di Stato, il capo del Cremlino, Vladimir Putin, nega in un’ampia intervista sul Corriere le interferenze attribuite a Mosca durante la campagna elettorale che ha preceduto il recente voto per l’Europarlamento, ma soprattutto quelle che, negli Usa, sono state il cuore dell’inchiesta appena conclusa dal procuratore speciale Robert Mueller.

I FATTI NEGATI

In particolare, il capo di Stato russo definisce l’indagine come “un buco nell’acqua”, sostenendo che la commissione non sarebbe riuscita a “racimolare fatti concreti”. Parole, tuttavia, in netto contrasto con quanto scritto nel report finale diffuso al termine dell’inchiesta e con quanto detto dallo stesso superpoliziotto nella sua conferenza stampa, durante la quale evidenziò invece l’assenza di ogni dubbio circa un ruolo attivo della Russia che nel 2016 ha “lanciato un attacco coordinato verso il nostro sistema politico” nel tentativo di “interferire nelle nostre elezioni e danneggiare un candidato presidenziale”, nello specifico la democratica Hillary Clinton. La stessa amministrazione Usa guidata da Donald Trump, proprio a seguito di quanto emerso dall’inchiesta, aveva imposto nel 2018 nuove sanzioni a 19 soggetti russi, in particolare nei confronti di due agenzie di intelligence della Federazione insieme con l’Internet Research Agency, Ira in breve, la cosiddetta ‘fabbrica dei troll’ di San Pietroburgo, oltre che a 13 cittadini e business che rientravano nella lista delle incriminazioni spiccate da Mueller.

LE INTERFERENZE DI MOSCA

Del resto, sulle interferenze di Mosca negli Usa dichiarazioni e report si susseguivano da tempo, ben prima della conclusione dell’inchiesta sul Russiagate. Se per gli 007 americani non ci sono mai stati dubbi, anche il Congresso Usa era giunto alla conclusione che Mosca avesse tentato davvero di “hackerare” il processo democratico d’oltreoceano, effettuando attacchi informatici anche a commissioni elettorali in almeno 18 Stati.
Mentre a dicembre scorso erano stati due dossier indipendenti richiesti dalla commissione Intelligence del Senato statunitense a mettere in luce la potente (ed estesa) macchina russa che aveva invaso i social media grazie al supporto dell’Ira.
Secondo gli studi, l’operazione aveva coinvolto non solo piattaforme come Facebook (che ha anche Instagram) e Twitter, ma praticamente i servizi di tutti i big del Web, compresi Microsoft (con Outlook) e Google (compresi il suo YouTube, Gmail e i risultati di ricerca), Yahoo!, Tumblr e Vine. Un’attività che serviva – con l’ausilio di reti di bot o di addetti in carne e ossa – anche a rilanciare contenuti prodotti su media filorussi (o controllati dallo stato) come Sputnik o RT, talvolta su temi divisivi tesi a polarizzare il dibattito politico o a creare disaffezione nel sistema democratico, talvolta per diffondere la visione di Mosca su dossier come la guerra in Siria o la crisi in Ucraina.
Del resto, nonostante il tentativo del presidente Trump di normalizzare i rapporti con Mosca, membri della sua amministrazione – a cominciare dal segretario di Stato Mike Pompeo e dal consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton – hanno recentemente descritto l’attivismo della Russia nel cyberspace come una delle maggiori minacce per gli Stati Uniti. Segno secondo molti osservatori che tale problema, che Putin nell’intervista sembra voler sminuire, non viene trascurato alla Casa Bianca nemmeno oggi.
Non è un caso, d’altronde, che proprio in questi mesi la task force anti Russia dell’Nsa sia diventata permanente così come che, dopo anni di grande attenzione nei confronti della minaccia terroristica, la Cia sia tornata a concentrarsi su Mosca.

ultima modifica: 2019-07-04T09:50:30+00:00 da Michele Pierri

 

 

 

 

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