La Russia non è in grado in questo momento di offrire quello che offriva l'America e sebbene la disillusione nel Golfo nei confronti degli Usa – cuore dell'intera politica mediorientale – sia forte, nessuno può ancora sostituire Washington

Il portavoce dell’Operazione Inhrent Resolve – la missione Usa anti-Isis tra Siria e Iraq – ha comunicato questa mattina che le forze armate americane sono uscite da Manbij, una città del Rojava molto rappresentativa delle tensioni del nord siriano.

L’hanno lasciata per ragioni di sicurezza: è oggetto dell’offensiva turca su quella fascia di territorio; in un’area non troppo distante, a Kobane, i soldati americani sono finiti sotto colpi di artiglieria sparati dai turchi (che hanno bersagliato le zone attorno alle loro posizioni dimostrando di non aver remore nel colpirli); hanno le linee di rifornimento tagliate perché arrivano dall’Iraq e l’area di passaggio, un valico vicino Qamishlo, è oggetto dell’offensiva turca dunque non è per niente agevole.

Poi ci sono le questioni di interesse politico. Donald Trump vuole uscire dalla Siria, una guerra che considera un pantano “infinito” all’interno di uno scenario delicatissimo, che ora ha una complicazione ulteriore: a Manbij l’altro ieri sono arrivati – per poi ripartire velocemente e tornare oggi – gli uomini dell’esercito assadista, che hanno stretto un accordo pragmatico coi curdi. È un layer ulteriore: i curdi si sono sentiti traditi dagli americani, e come ha spiegato il loro comandante militare in un articolo pubblicato da Foreign Policy, preferiscono mettere in salvo il proprio popolo, “shiftare” verso il regime, piuttosto che morire sotto le bombe di Ankara.

Non è chiaro cosa otterranno poi, spiega il comandante curdo di non potersi fidare né di Damasco né dei suoi alleati (Russia e Iran), perché è possibile che alla fine la sua popolazione debba abbandonare completamente le mire indipendentiste, ma intanto hanno cercato di far entrare le forze siriane, sponsorizzate dai russi, nelle zone che hanno più a cuore. Due giorni fa era toccato a Kobane, oggi a Manbij.

L’intesa col regime è stata facilitata dalla Russia, e oggi girano sui social network le immagini di un giornalista russo solitamente embedded con i militari di Mosca che si trova là, dove fino a poche ore fa c’erano gli americani e non gli sarebbe stato mai concesso di accedere visto che i suoi reportage sono di solito zeppi di propaganda pro-Cremlino. Le forze armate russe (esercito e polizia militare che in Siria sono il principale assetto militare del regime) ora stanno compiendo attività di pattugliamento tra la prima linea turca e quella curda nell’area nordoccidentale della cittadina.

Secondo una nota ufficiale diffusa dal ministero della Difesa di Mosca, i russi si stanno coordinando “con la parte turca” per evitare incidenti e “l’esercito del governo siriano ha preso il pieno controllo della città di Manbij e delle aree popolate vicine”. Altre informazioni dicono che la Russia, che in Siria ha il controllo dei cieli, ha chiuso praticamente tutto lo spazio aereo nel nord siriano ai caccia turchi che hanno bombardato quelle zone nei giorni scorsi.

Sono immagini nette di come il ritiro americano abbia repentinamente cambiato il bilanciamento di forze nell’area e di come gli Stati Uniti abbiano rapidamente perso influenza in quei territori. Il ruolo oggi ricoperto dai russi è stato per anni quello degli americani, che erano lì per combattere lo Stato islamico, ma anche per creare – con uno schieramento molto limitato, ma estremamente influente – deterrenza nei confronti di Ankara.

Ieri il senatore democratico di area moderata Chris Murphy scriveva su Twitter: “Se Putin potesse scrivere la sceneggiatura andrebbe così: gli Stati Uniti lasciano che i turchi massacrino i curdi, spingendo i curdi più vicini ad Assad/Russia. Gli Stati Uniti poi vanno in panico e sanzionano la Turchia, spezzando la Nato e consolidando l’asse Russia/Iran/Turchia. Ma Putin non ha dovuto scriverla. Trump e il GOP (i Repubblicani, ndr) lo hanno fatto per lui”. È una provocazione dal lancio elettorale (il prossimo anno si vota, tutti lo sanno), ma nemmeno troppo.

Quel giornalista russo giocava con la sbarra del checkpoint davanti alla base americana dei Berretti Verdi a Manbij, ed è probabile pensare a Vladimir Putin – impegnato in un viaggio in Medio Oriente – sorridente; il viaggio in Medio Oriente, a Riad e Abu Dhabi, è tra l’altro un ulteriore segno del nuovo bilanciamento di influenze nella regione. Anche se, come confermano fonti a Formiche.net, la Russia non è in grado in questo momento di offrire quello che offriva l’America e sebbene la disillusione nel Golfo nei confronti degli Usa – cuore dell’intera politica mediorientale – sia forte, nessuno può ancora sostituire Washington. Per il momento, ma è chiaro che c’è chi ha interesse nel capitalizzare.

“L’abbandono americano è qualcosa di storico: significa che si disinteressano della Siria, che è la più grande crisi in Medio Oriente, ed è la prima volta che gli Stati Uniti si disinteressano di una crisi mediorientale. Avrà ripercussioni gigantesche. Il ritiro, l’annuncio, è stato abbastanza improvviso e per questo adesso tutti si stanno affrettando a occupare quanto più possibile di quella sorta di vuoto”, commenta Eugenio Dacrema, co-autore (insieme alla co-head per l’area Mena, Valeria Talbot) di un dettagliato report pubblicato dall’Ispi per fotografare la situazione.

“Bisogna dire che comunque, in generale, non lo stanno facendo in maniera caotica – continua l’analista del principale think tank italiano – ma rispettando regole tacite costruite durante le varie interazione che tutti gli attori in campo hanno avuto negli ultimi anni”. “Certo – aggiunge Dacrema, che analizza il conflitto siriano fin dal 2011 – i rischi di un’escalation esistono, sia chiaro, perché giocano la partita anche forze locali, ma tendo a escludere qualcosa di incontrollabile perché gli attori internazionali sul campo sanno come muoversi”.

Per ora, infatti, nelle aree più calde degli scontro come Ras al-Ain – che si trova proprio sul confine – i combattimenti sono sostenuti dai curdi e da alcune milizie collegate al governo di Ankara; in parte queste sono evoluzioni dei ribelli del Free Syrian Army, altre sono composte anche da elementi fortemente islamisti. L’esercito siriano finora si trova sulla linea segnata dall’autostrada M4, che taglia la Siria est-ovest, e passa per Manbij.

Manbij, appunto, un luogo che da anni torna al centro delle dinamiche (di carattere internazionale) in quella fascia di Siria e di regione. “Quello è un posto chiave, è l’unico dove potrebbero succedere le cose più pericolose, perché tutti vogliono restare lì. Lo hanno detto i curdi, lo hanno detto i siriani, i turchi e pure i russi. Non ci sono regole non scritte per Manbij, perché tutti la vogliono e lì si potrebbero giocare la situazioni più delicate”.

Oggi l’inviato speciale russo per la crisi siriana, Alexander Lavrentiev, ha negato quello che ieri Recep Tayyip Erdogan faceva passare sui media controllati come consolidato, ossia che aveva ricevuto garanzie da Putin sull’azione. Alla domanda se ci fosse stato un accordo anticipato tra Russia e Turchia sull’operazione di Ankara, ha detto: “No. Abbiamo sempre sollecitato la Turchia a mostrare moderazione e considerato inaccettabile una sorta di operazione militare sul territorio siriano”.

Lavrentiev parlava dagli Emirati Arabi, dove sta accompagnando il suo presidente. Ha aggiunto che l’avanzata turca “non è esattamente” quello che Mosca intende per rispetto dell’integrità territoriale siriana. E che tutto il confine dovrebbe essere presidiato dall’esercito di Damasco. Poi ha spiegato che attraverso la Russia, la difesa e l’intelligence di Siria e Turchia dialogano “in tempo reale” per evitare escalation.

Val la pena di ricordare che gli emiratini sono stati il primo Stato sunnita a riaprire un avamposto diplomatico a Damasco, pensando a una sorta di contatto pragmatico con il rais Bashar al Assad, dopo aver sostenuto le opposizioni contro di lui. Il ritiro americano pone la Russia come broker imprescindibile al nord della Siria (e forse non solo): chiaramente mettendo sulle spalle di Putin responsabilità enormi. Ieri c’è stata una telefonata tra Trump e Erdogan: il turco ha deciso di continuare le operazioni nonostante le sanzioni annunciate dagli Usa.

(Foto: Twitter, uno Stryker dei Berretti Verdi a Manbij, marzo 2017)

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