B1 Lancer in Medio Oriente, B-52 nel Pacifico: gli Usa sono ancora l'unica potenza globale in grado di gestire in modo coordinato più teatri di scontro. Washington sta cambiando la strategia. Meno coinvolgimento diretto, più potenziamento

Due bombardieri strategici americani B-1B Lancer decollati dalla base aerea di Ellsworth nel Sud Dakota si sono uniti a un F-22 Raptor partito dall’hub del CentCom in Qatar e ad altri due EA-18 da una portaerei nel Golfo Persico. L’esercitazione si è svolta sui cieli mediorientali ed è servita a testare come vari comandi statunitensi riescono a effettuare azioni sincronizzate con cui condurre rapidamente operazioni di combattimento.

È un messaggio importante, una dimostrazione di capacità che crea deterrenza. Basta considerare le dislocazioni logistiche e i diversi sistemi di comando all’interno dei vari settori del Pentagono coinvolti: nessun altro Paese è in grado di fare altrettanto. Si tratta di quelle cose che fanno di uno Stato una potenza globale. La capacità di agire militarmente, con assetti di primo livello e massima efficacia, in ogni momento, in ogni quadrante.

L’azione nel Persico è avvenuta durante lo scorso fine settimana. In quella regione ci sono tre tipologie di rivali da fronteggiare. La prima è la dimensione terroristica, quella delle varie fazioni in particolare fermento adesso per l’eliminazione del leader dello Stato islamico, Abu Bakr al Baghdadi. Certi show-of-force non servono tanto contro i gruppi, in effetti, ma gli Usa in questi giorni sono stati lo stesso efficaci e simbolici. Tre le operazioni eseguite a distanza di poche ore. La missione contro Baghdadi, quella contro il suo portavoce e la terza contro un altro leader del gruppo (ancora non specificato).

Ma nel quadrante mediorientale l’America fronteggia anche un altro genere di rivali, gli Stati che cercano di giocare la propria influenza penetrando all’interno di un’architettura costruita dagli Stati Uniti e che gli Stati Uniti in questo momento intendono modificare a proprio piacimento – per questo non possono perdere terreno.

Si parla chiaramente di Russia e Cina, che cercano di occupare spazi lasciati da un ritiro americano iniziato da una decina di anni, e di cui l’attuale Casa Bianca fa un vanto. La terza tipologia di rivali è quella a carattere ibrido, come l’Iran: Stato che diffonde la propria influenza regionale attraverso entità terroristiche, di cui gli Usa contrastano i tentativi di egemonizzare le dinamiche della regione.

Due bombardieri strategici americani B-52 hanno condotto nello stesso fine settimana un’esercitazione congiunta con la Forza aerea di autodifesa giapponese in un’altra fascia di pianeta distante migliaia di chilometri: sopra il Mare del Giappone. Le due fortezze volanti si sono ricongiunte con altrettanti F-15 giapponesi che hanno simulato attività di scorta aria-aria ai bombardieri decollati da Guam – dove si trova la base Andersen, avamposto strategico americano in mezzo al Pacifico.

La squadriglia aerea ha sorvolato tratti del bacino giapponese per poi arrivare sul bordo del Mar Cinese Orientale, fascia di mare contesa tra Pechino e Tokyo. Qui il messaggio di deterrenza ha un valore più lineare. Ci sono le ambizioni egemoniche cinesi, che intende usare l’area come cortile casalingo da cui spingere la propria avanzata globale. Ci sono le intemperanze di Kim Jong-un, deluso dall’andamento claudicante dei colloqui con la Casa Bianca, nervoso sparatore di missili per mostrare i propri muscoli.

Donald Trump è il presidente per niente empatico che si è trovato a occupare – o forse è stato utile per occupare – la fase di centrale dello shift strategico americano, iniziato già da Barack Obama. Senza perdere un briciolo di controllo rispetto ai rivali, Washington vuole ridurre il coinvolgimento militare diretto, ossia il dispiegamento costante, dando più spazio al potenziamento della forza (detto così, prendendo impropriamente a prestito le parole di un gigante come George Friedman).

Questo significa che nel riassetto della presenza americana, Washington si concentrerà sempre più nella capacità di controllo da remoto e nel rapido intervento. E come spesso accade il campo militare farà da precursore per qualcosa di notevolmente più ampio come la dimensione politica. Una argomento vastissimo, di cui i due fatti in Medio Oriente e Pacifico sono paradigmi minimi, ma interessanti.

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