Speranze e diffidenze di Trieste divisa tra Cina e Usa. Il racconto di padre Larivera

Speranze e diffidenze di Trieste divisa tra Cina e Usa. Il racconto di padre Larivera
Conversazione di Formiche.net con padre Luciano Larivera - gesuita, giornalista e direttore del Centro Culturale Veritas di Trieste - dopo l'annuncio del ministro degli Esteri Luigi Di Maio di un accordo tra Porto di Trieste e Cccc, colosso cinese delle costruzioni

A Trieste, città portuale inserita nel percorso infrastrutturale e geopolitico della nuova Via della Seta, ci si divide tra la sete di investimenti che si spera possa essere placata dalle promesse cinesi e il timori di uscire, in modo pericoloso, dai binari dell’alleanza politica, valoriale e di sicurezza con gli Stati Uniti. Un conflitto che è riemerso con l’accordo, annunciato da Shanghai dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, tra Porto di Trieste e Cccc, colosso cinese delle costruzioni. Formiche.net ne ha parlato con padre Luciano Larivera, gesuita, giornalista e direttore del Centro Culturale Veritas di Trieste.

Padre Larivera, da Shanghai il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha annunciato un accordo tra Porto di Trieste e Cccc, colosso cinese delle costruzioni. Che tipo di intesa è?

In verità questo accordo non riguarda il territorio triestino, nel senso che con questa intesa l’Autorità di Sistema Portuale di Trieste gestirà una piattaforma logistica per l’export di prodotti italiani, soprattutto friulani ma non solo, in Cina. A costruirla sarà però una società cinese, Cccc per l’appunto. È uno dei tre accordi che riguardano Trieste, siglati a marzo con il memorandum sulla nuova Via della Seta, e ha soprattutto l’obiettivo di rassicurare altri attori del Triveneto che temono che alcuni investimenti fatti nella città possano penalizzarle.

Quali erano le altre due intese e a che punto sono?

Sono di fatto ferme. Una concerne il cosiddetto Trihub, un piano integrato di rinforzo del sistema infrastrutturale ferroviario nell’area compresa fra Cervignano del Friuli, Villa Opicina e Trieste. L’altra riguarda una grande piattaforma logistica in Slovacchia per collegare il sud Europa e l’Europa Centrale e Orientale, nella quale l’Autorità di Sistema Portuale dovrebbe partecipare, come socio di minoranza in una società di gestione, all’erogazione di alcuni servizi.

Come sono stati accolti questi progetti sul territorio?

Da un lato c’è la speranza che il territorio possa giovare di nuovi progetti e capitali. Dall’altro c’è diffidenza nei confronti di Pechino, dovuta sia a una strumentalizzazione del tema per beghe politiche locali, ma anche, a un livello più alto, per i timori geopolitici statunitensi sull’espansionismo cinese, che riguardano il 5G ma anche le infrastrutture. E quindi che Trieste possa subire sanzioni economiche indirette da parte degli Usa.

Ma perché Trieste e il suo porto sono ritenuti così strategici?

Ci sono tre principali vantaggi. Il porto di Trieste ha acque molto profonde, il che rende possibile il passaggio di navi di grandi dimensioni. La manovra ferroviaria, ovvero il carico e scarico di container per treni merci, è stata molto migliorata e resa più semplice e efficiente. Infine, negli ultimi anni la produzione industriale, nonché il transito di alcune merci – ad esempio quelle di Duisburg, vero hub della nuova Via della Seta, si è molto spostata in centro Europa e questo vuol dire che c’è una grande domanda di trasporto che può essere soddisfatta. Se a questo si aggiunge il fatto che il porto di Capodistria ha raggiunto la saturazione nei trasporti ferroviari, bisogna investire quanto prima per rendere Trieste davvero attrattiva, perché altrimenti nel frattempo i concorrenti si organizzerebbero.

La presenza della Cina, come ha ricordato, crea però forti fibrillazioni geopolitiche. Che fare?

Gli Stati Uniti pongono un tema, che è quello del controllo dello Stato sulle aziende cinesi e della posizione che Paesi come il nostro, nazioni che fanno parte della Nato, dovrebbero avere nei confronti delle ambizioni cinesi. E credo che i loro timori vadano ascoltati, perché l’Italia è in un preciso sistema di alleanze e di valori. Per questo credo che gli investimenti cinesi saranno benvenuti se si orienteranno, come sembra, solo in ambito produttivo civile o in ambito logistico, con contratti che consentano al Paese ospitante di revocare in qualsiasi momento le concessioni se gli accordi non fossero rispettati.

ultima modifica: 2019-11-06T11:00:38+00:00 da Michele Pierri

 

 

 

 

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