Sembra che le quotazioni stiano diventando indifferenti a quanto accade nell'area del Medio Oriente e Nord Africa, dove si concentra oltre il 55% delle riserve di gas e di petrolio del mondo. Ma il punto è un altro, quel TurkStream che... Il commento di Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia

I prezzi del petrolio sono tornati a 65 dollari il 9 gennaio 2020, cancellando tutti i rialzi innescati dalle tensioni politiche in Medio Oriente e nel Nord Africa. Ormai sembra che le quotazioni stiano diventando indifferenti a quanto accade in quest’area dove si concentra oltre il 55% delle riserve di gas e di petrolio del mondo. Il mercato è pieno di petrolio in questo momento, vuoi per rallentamento della domanda, vuoi per forte incremento della produzione nei mesi passati. Assumono così maggiore rilevanza le questioni strategiche di medio lungo termine, con la nostra vicina Libia che si sta spostando sull’asse Russo-Turco.

Prima della caduta di Gheddafi nel 2011, la Libia copriva quasi un quarto dei nostri consumi di energia, oggi conta per il 9%, 7 milioni tonnellate di petrolio, su un totale di 60, e 6 miliardi metri cubi di gas su 73 miliardi metri cubi. La Libia rimane il Paese africano con le riserve di petrolio in assoluto più alte, circa 40 miliardi di barili. L’attivismo di Erdogan nel tornare in Libia deriva dal fatto che governa un Paese in crescita, seppur rallentata ultimamente, con una popolazione che cresce di un milione di persone all’anno, 81 milioni di persone, in gran parte giovani che vogliono migliori condizioni di vita, fra cui più consumo di energia.

L’occasione che sta sfruttando è quella delle grandi scoperte di gas che, in base alle carte dei geologi, potrebbero ripetersi nel mare di fronte alla Libia. L’inaugurazione con Putin l’8 gennaio 2020 del Turkstream è una conferma di questo desiderio di diversificare i suoi approvvigionamenti di gas. La nuova linea ha una capacità di 30 miliardi di metri cubi ed ha già cominciato a consegnare da pochi giorni volumi alla Bulgaria. Ed è triste per noi italiani, perché ha sostituito il quasi dimenticato South Stream, abbandonato nel 2015 dopo le sanzioni contro la Russia, ma che per 10 anni era stato uno dei grandi progetti strategici delle nuove rotte dell’energia, capace di portare commesse per diversi miliardi di dollari alle nostre imprese.

Il Turkstream di fatto è uguale al South Stream con la sola differenza che, dopo aver attraversato da est a ovest tutto il Mar Nero, invece di arrivare in Bulgaria, approda più a sud in Turchia e poi si collega al confine con la rete dell’Unione europea. Nel mezzo del Mare Nero Turkstream incrocia Blue Stream, l’altro grande gasdotto che fu realizzato dalla Saipem, quando era dentro l’Eni, nel 2002, e che porta circa 10 miliardi di metri cubi di gas alla Turchia, ma la cui capacità è 16 miliardi metri cubi.

Nel frattempo stiamo completando il Tap, gasdotto che, con una capacità di 10 miliardi metri cubi, dovrebbe cominciare a sbarcare gas in Puglia a fine 2020. Un progetto che è stato lacerante per la nostra politica e per la possibilità di metterci dentro visioni strategiche in ambito energetico. La possibilità che l’Italia diventi un centro di interconnessioni per il gas, un hub, cosa che avrebbe benefici per i nostri prezzi, per l’ambiente e per la sicurezza del sistema, necessita di quella visione strategica che negli ultimi anni è venuta meno e che favorisce prima di tutto la Turchia.

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