Altro che incidente di percorso. Il voto della Lega al Parlamento Ue contro la risoluzione che chiede un’indagine internazionale sull’avvelenamento dell’oppositore di Vladimir Putin, Alexei Navalny, è ormai “una prassi abituale”. Ne è convinto Andrew Weiss, vicepresidente alla ricerca del think tank di Washington Dc Carnegie, grande esperto di Russia con un passato al Dipartimento di Stato e al Pentagono.

All’indomani del voto a Bruxelles di due risoluzioni parlamentari, una sul caso Navalny, l’altra sull’introduzione di sanzioni contro il regime in Bielorussia di Alexander Lukashenko, non si placa la polemica sulla defezione del Carroccio e del Movimento Cinque Stelle. Se i leghisti hanno deciso di votare no, gli eurodeputati grillini hanno invece optato per l’astensione. Un solco con i partner della maggioranza del Pd, che invece hanno votato sì a entrambe le risoluzioni.

Così i due partiti che fino a un anno fa convivevano a Palazzo Chigi si sono ritrovati sulla stessa sponda. “Quella di tanti altri partiti anti-establishment, che ancora una volta hanno preso le difese di Putin”, commenta Weiss. “Il copione è noto: non bisogna correre alle conclusioni, non ci sono ragioni per pensare che la Russia sia responsabile di quell’avvelenamento col novichok, mancano i presupposti per un’indagine internazionale. Qualcuno aggiunge teorie complottiste sul presunto coinvolgimento degli anglo-americani”.

Divisi in patria dalle beghe politiche domestiche, i partiti sovranisti ed euroscettici si riscoprono fianco a fianco quando a Bruxelles nel mirino finisce la Russia. Con la Lega e i Cinque Stelle, i francesi del Rassemblement National, gli austriaci dell’Fpo, i tedeschi di Alternative fur Deutschland. Astenuti sul voto pro-Navalny gli europarlamentari di Fratelli d’Italia, non al voto sulla Bielorussia, dove sono stati i leghisti a dare forfait.

“Non saranno questi voti a cambiare la direzione della Commissione – dice l’esperto americano – ma segnalano un percorso comune e trasversale a diverse forze politiche europee”. Il caso Navalny, spiega, meriterebbe invece una posizione unitaria del Parlamento, “che ricordi alla Russia quanto sia inaccettabile l’uso di armi chimiche. Il governo russo deve dare prova della presenza di queste sostanze, ha sostenuto di averle distrutte quando ha firmato il trattato sulle armi chimiche, ora continua a negare l’istituzione di un’indagine per trovare i colpevoli”.

Quell’indagine era stata al centro di un clamoroso gioco del telefono fra Palazzo Chigi e il Cremlino due settimane fa. In un’intervista al Foglio il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, quando Navalny era ancora ricoverato in coma a Berlino, aveva riferito di un’indagine in corso avviata su ordine di Putin in persona. Notizia però seccamente smentita dal portavoce del presidente russo, Dimitri Peskov, che ha parlato di un “malinteso”.

“Un classico. Il governo russo e gli attori proxy che compiono questi gesti hanno una regola aurea: negare sempre, e possibilmente far leva sulle vulnerabilità del fronte occidentale”. Le stesse mostrate da quei voti contrari nell’emiciclo di Bruxelles. “Non aiuta una Casa Bianca che ha scelto la linea morbida sul caso Navalny così come sulla crisi in Bielorussia, creando un ambiente comfort per il Cremlino”, dice Weiss.  Un’indifferenza che durerà almeno fino al voto presidenziale. “C’è un Paese che fa i conto con una pandemia spaventosa, una enorme crisi economica, fortemente polarizzato, c’è poco spazio per la politica estera”.

Per il momento l’Europa deve fare da sola, conclude l’analista di Carnegie. Dirige la Germania: “Stiamo assistendo a un ripensamento fondamentale della politica tedesca sulla Russia che non si limita alle sanzioni contro gli ufficiali del Cremlino”.  Certo, rimane la contraddizione del North Stream 2, il maxi-gasdotto russo che di qui a breve porterà in germania milioni di tonnellate di gas. “Ma io non sarei così sicuro che il progetto vada avanti. Il governo tedesco è in una morsa fra chi chiede di fermarlo e chi invece non vuole aderire alle richieste della Casa Bianca. Un rallentamento è probabile: la Germania non ha urgenza di gas naturale, Angela Merkel potrebbe congelare a data da destinarsi il progetto”.

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