Per gli Stati Uniti la Turchia è un partner da includere in un allineamento anti-cinese, per questo Washington è molto preoccupato dalla dimensione delle relazioni tra Pechino e Ankara

La Turchia ha ricevuto un avvertimento secco da parte degli Stati Uniti: riguarda la Cina – in particolare Huawei, ma non solo. Washington pensa di inglobare Ankara nel fronte anti-Pechino: sarebbe un vantaggio considerevole, dato che i turchi sono una delle potenze del Mediterraneo – bacino di interesse cinese sempre più esplicito – e un raccordo con un settore dell’Europa sudorientale e forti penetrazioni dai Balcani al Nordafrica. A fronte di questo pensiero, alla Turchia sono state concesse le scorribande siriane e libiche, e gli atteggiamenti minacciosi nel Mediterraneo orientale trattati col passo ponderato della diplomazia.

Tutto a patto che i turchi non siano troppo aperti con i cinesi. Come riportato su queste colonne da Gabriele Carrer, l’ha ricordato direttamente il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, parlando col Washington Examiner: l’esposizione turca alla Cina “rende tutto più difficile”, ha detto il capo della diplomazia statunitense; l’uomo che più di tutti gli altri nell’amministrazione Trump sta cercando di costruire le connessioni per quel fronte anti-cinese parte del confronto globale tra superpotenze – con questo intento, domani e mercoledì sarà anche in Italia. “Ci assicureremo di proteggere i dati americani”, “dobbiamo fare in modo che le nostre reti di difesa e sicurezza siano sicure” e “il fatto che tu abbia una quantità significativa di dati in Turchia nelle mani del Partito Comunista Cinese, significa che dobbiamo stare sempre più attenti”, ha detto il segretario.

Messaggio chiaro, perfettamente allineato sulla traiettoria delle volontà statunitensi: evitare che Pechino chiuda attraverso Huawei (che per Washington è controllata dalla difesa, e dunque in definitiva dal Partito/Stato cinese) altri accordi sulle telecomunicazioni. Ovviamente si parla di 5G, la tecnologia del futuro che implementerà le potenzialità di internet, e che per gli americani deve essere protetta dall’intrusione del nemico (dietro c’è una competizione strategica che vede la Cina in vantaggio sul piano tecnologico, e dunque su tutto quello che questo può comportare in termini economico-commerciali, ma anche di sicurezza e sopratutto dunque politico-geopolitici).

Va registrato che l’avviso di Pompeo arriva in un momento delicato: da qualche settimana gli Stati Uniti hanno mandato anche altri messaggi, con movimenti militari e diplomatici attorno alla Grecia e Cipro – che la Turchia considera nemici la cui rivalità storica è stata negli ultimi anni infiammata di nuovo. L’allentamento dell’embargo a Cipro, la vicinanza alla Grecia, la costruzione di un meccanismo di dialogo forzato in ambito Nato per portare Atene e Ankara a colloquio dopo le tensioni davanti Kastellorizo; e non ultime le accuse di dispotismo contro la presidenza turca usate dalla speaker della Camera, Nancy Pelosi, per criticare Donald Trump.

Inoltre una settimana fa, il senatore repubblicano Ron Johnson, che guida alla Commissione Relazioni estere il sottocomitato per l’Europa, ha detto che “la strada in cui si è messo [Recep Tayyp] Erdogan non è buona” e “la nostra presenza in Turchia è certamente minacciata”. Gli Stati Uniti sono in Turchia con la grande base di Incirlik, postazione strategica a contenuto nucleare, che stante alle ultime evoluzioni è oggetto di discussioni su un potenziale trasferimento. Uno spostamento molto difficile nella realtà, ma la cui narrativa si allinea con le dinamiche degli Accordi di Abramo, con Washington che si è particolarmente avvicinata ad Abu Dhabi, diviso da Ankara dal fronte intra-sunnita. Per il dove (eventualmente) traferire gli assetti di Incirlik non a caso si parla di una base emiratina – o di Souda Bay, base cretese.

Al di là dei rumors, resta che gli Stati Uniti hanno già bloccato la vendita degli F-35 – la Via della Seta americana – alla Turchia, dopo che Erdogan aveva acquistato batterie anti-aeree S-400 da Mosca, considerato da Washington rivale strategico di importanza appena inferiore alla Cina. E dunque, per Ankara la sfida cinese davanti agli Usa diventa un fattore di primaria importanza – molto più dei successi libici o della partita nell’Egeo e tra i reservoir del Mediterraneo orientale. Entro la fine del prossimo anno, Pechino raddoppierà la cifra già investita in Turchia nel triennio 2016-2019: dai 3 miliardi di dollari si passerà a sei. Significa che non c’è solo Huawei, ma i collegamenti diventano diversi ed Erdogan dovrà essere in grado di dimostrare che si tratta solo di business.

Per esempio, China’s Export and Credit Insurance Corp ha finanziato per 5 miliardi il fondo sovrano turco: soldi da investire in progetti collegati alla Via della Seta, perché la Turchia ha la forza di poter sintetizzare nel proprio territorio sia il braccio centrale che quello marittimo dell’infrastruttura geopolitica con cui Pechino intende penetrare in Europa. Questo finanziamento però sembra del tipo che Pompeo ha definito prestiti “predatori” pensati da Pechino come un modo per ottenere influenza politica in momenti strategici – la Turchia in effetti non sembra in grado di ripagare il prestito, e questo potrebbe portare la Cina a rifarsi su infrastrutture e interessi di altro genere come successo altrove. Al di là del peso di Huawei, che controlla già il 30 per cento del mercato anatolico e nella penisola turca ha costruito un grande centro di sviluppo, c’è dunque da considerare tutto il resto: a cominciare dalla presenza cinese, tramite la banca centrale Zhōngguó Rénmín Yínháng che è fondamentale per dare ossigeno alla Lira turca – in nette difficoltà nonostante gli aiuti dal Qatar.

Infine arriva il turno di cooperazioni sino-turche che interessano anche l’Italia – e che potrebbero facilmente essere oggetto delle discussioni tra Pompeo e il governo italiano. Per esempio: in questi giorni di settembre di un anno fa la cinese Cosco e la turca Yilport hanno raggiunto un accordo che ha permesso loro di ottenere la concessione di sfruttamento, per 49 anni, di una banchina lunga quasi due chilometri al porto di Taranto. Cosco è il terzo gruppo globale nel mondo dei container, Yilport uno dei più forti (il tredicesimo) nella gestione dei terminal, e a Taranto si trova una base navale italiana integrata con infrastrutture di supporto Nato. Come scrive il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, “non è difficile dedurre il valore dell’intesa”, e dunque l’interessamento americano su altre potenziali simili.

Condividi tramite