Recovery Fund, la sfida è la buona spesa. L’analisi di Balducci

Recovery Fund, la sfida è la buona spesa. L’analisi di Balducci
Se vogliamo sperare di evitare che le svariate centinaia di miliardi della Ue non si traducano in un tentativo più o meno goffo di abbuffata collettiva bisognerà prioritariamente dotarsi della capacità di concepire riforme e di saper gestire istituzioni che rispondano a logiche diverse da quelle cui siamo abituati. L'analisi di Massimo Balducci, docente alla Scuola di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze

Il 9 settembre il governo ha pubblicato la nota Linee guida del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: next generation Italy. Si tratta di un documento che, seppur privo di valore giuridico nel nostro sistema, rappresenta, comunque, un interessante programma di lavoro. Anni fa, durante il suo primo governo, l’on. Amato, sul modello Ue, aveva introdotto la prassi delle “comunicazioni del governo”. Queste “linee guida” richiamano le “comunicazioni” di Amato. Sono, pertanto, qualcosa di più di un semplice libro di sogni. Esse indicano l’orientamento che il Governo intende avere nella messa a punto del recovery fund da presentare a Bruxelles. Se questa nostra interpretazione è corretta dobbiamo preoccuparci.

Queste linee guida individuano correttamente i problemi del nostro Paese e richiamano in maniera sintetica le raccomandazioni specifiche che la Commissione Ue ha rivolto all’Italia nel 2020. In esse non si fa cenno, però, alle cause che determinano i nostri problemi. Il rischio è che si canalizzino delle risorse ingenti, quali sono quelle del next generation Europe, non sulle cause delle malattie ma sui sintomi. Faccio qui alcuni esempi relativi al sistema sanitario, al lavoro e formazione, alla giustizia e alla pubblica amministrazione.

Relativamente al sistema sanitario si fa riferimento alla necessità di migliorare la sua resilienza e di migliorare il coordinamento Stato-regioni, si fa quindi riferimento a due sintomi. Non si prende atto delle cause di questi sintomi e cioè del fatto che il nostro sistema sanitario è concepito.

(1) come una serie di articolazioni territoriali in cui gli ospedali (definiti militarescamente “presidi ospedalieri”) e le articolazioni territoriali (i distretti) non sono dotati di personalità giuridica.

(2) In cui al paziente non è garantita la libertà di scelta del medico e/o della struttura sanitaria a meno che non paghi tutto di tasca propria.

(3) in cui non c’è distinzione tra chi eroga il servizio e chi ne paga i costi (che non deve essere il paziente ma un “terzo pagante”)

(4) in cui non esistono processi la cui assenza crea problemi a livello di igiene ospedaliero e a livello di igiene territoriale

(5) in cui non esistono professionalità di raccordo tra le professionalità sanitarie e quelle gestionali; da noi non esistono gli esperti in “salute pubblica” né esistono corsi di laurea che li preparino.

Per quanto riguarda il lavoro e la formazione non si prende atto del fatto che non abbiamo ancora sviluppato un sistema di “profili professionali” definiti dalle competenze che tali profili richiedono, competenze declinate in termini di “saperi” e “saper fare”. Questo sistema di profili dovrebbe servire:

(1) da schema di orientamento per definire i curricula formativi.

(2) da griglia per permettere l’incontro tra domanda e offerta del lavoro.

(3) da punto di riferimento per l’aggiornamento, cioè la manutenzione del capitale umano. Questo sistema di profili va sviluppato in collaborazione tra organizzazioni datoriali e sindacati. Alcune regioni hanno sviluppato (su pressione Ue legata al fondo sociale) degli abbozzi di sistemi di profili. Ma tali profili non sono il risultato dell’incontra tra datore di lavoro e lavoratori e, quindi, il mercato non si riconosce in essi e non vengono usati. Senza questo sistema di profili, del resto, ogni tentativo di migliorare la nostra formazione e di migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro è destinato a fallire.

Gli stati generali avrebbero potuto essere un buon momento di incontro per affrontare questo tema; l’occasione è andata perduta). Per quanto riguarda la giustizia, le varie proposte di riforma della giustizia penale e di quella civile ricalcano i mali esistenti e non promettono risultati migliori di quelli ottenuti dalle riforme innumerevoli che sono state messe in opera sin qui. La riforma della giustizia penale non sa far altro che abolire le scadenze dai termini di prescrizione, anziché accelerare i meccanismi. Nulla si dice sul fatto che la motivazione della sentenza viene scritta mesi dopo il dispositivo della sentenza. Questo fa scadere la motivazione a giustificazione a riprova del fatto che la sentenza non è il risultato di un ragionamento logico. Né si fa riferimento al fatto che la libertà del giudice non è concepita come “libertà da” vincoli esterni ma come “libertà di” decidere senza vincoli.

Il progetto di riforma della giustizia civile in discussione non prende atto del fatto che la maggior parte dei procedimenti non dovrebbero mai essere iniziati né del fatto che il giudice si degna di leggere le carte solo quando le parti presentano le così dette memorie conclusionali (tutto quello che è avvenuto prima non viene usualmente letto dal giudice; si tratta spesso di fasi che durano anni e che, con un opportuno filtro all’entrata, potrebbero essere eliminate). Anziché prevedere un vaglio all’ammissibilità del procedimento, il progetto di riforma in corso propone di lasciare tutta la parte istruttoria in mano esclusivamente agli avvocati delle parti, di fatto aggravando una delle principali cause della lentezza della nostra giustizia).

Per quanto riguarda la nostra Pubblica amministrazione non si fa cenno al fatto che nella nostra pubblica amministrazione mancano i processi. Illudersi di poter digitalizzare una amministrazione senza processi equivale ad illudersi di poter vincere il Giro d’Italia con una bicicletta con le ruote quadrate. Di nuovo si fa riferimento ad un sintomo e non ad una causa. Sempre riguardo alla nostra pubblica amministrazione non ci si rende conto che non è possibile far funzionare i cervellotici meccanismi di incentivazione della produttività se non si agganciano questo meccanismi alla contabilità. Da una parte abbiamo, o meglio dovremmo avere, sulla base della l. 42/2009 d dei dlgs 91/2011, 118/2011 e 18/2012 una contabilità per missioni, senza obiettivi per le varie missioni. Da un’altra abbiamo, sulla base del Dlgs. 150/2009 e del Dlgs. 78/2017) meccanismi costosi di incentivazione della performance cha fanno riferimento ad obiettivi svincolati dalla contabilità.

L’elenco delle incongruenze dei nostri tentativi di riforma potrebbe essere continuato ancora a lungo. Una cosa appare inequivocabile. Non siamo in grado, come sistema paese, di prendere distacco dalla nostra situazione per poter concepire quei cambiamenti che ci potrebbero permettere di uscire dal tunnel in cui ci troviamo. Per poter progettare e poi gestire delle riforme bisogna avere delle capacità specifiche. Orbene quello che manca nel documento reso pubblico dal governo il 9 settembre relativo alle Linee guida del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: next generation Italy è proprio questa consapevolezza.

Se vogliamo sperare di evitare che le svariate centinaia di miliardi della Ue non si traducano in un tentativo più o meno goffo di abbuffata collettiva bisognerà prioritariamente dotarsi della capacità di concepire riforme e di saper gestire istituzioni che rispondano a logiche diverse da quelle cui siamo abituati. Dovremmo in via prioritaria creare una serie di competenze in questo campo. Si tratta di tutte quelle competenze che vengono individuate dall’etichetta capacity building. Si tratta di formare un pool di personaggi capaci di portare avanti questi progetti e di diffondere queste competenze con un sistema a valanga. Elemento fondamentale del capacity building è il confronto con altri sistemi con l’approccio della peers’review. Qui i nostri partners del Consiglio d’Europa potrebbero esserci di grande aiuto. Abbiamo sicuramente bisogno di aiuti finanziari, ma questi aiuti ci aiuterebbero poco se non sapessimo finalizzarne l’impiego modificando adeguatamente le nostre istituzioni.

ultima modifica: 2020-09-15T14:36:23+00:00 da Massimo Balducci

 

 

 

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