Serve una supply chain integrata e alternativa a Pechino, con una maggiore consapevolezza: sono a rischio posti di lavoro e filiere ad alto valore aggiunto. Ecco perché Made in China 2025 rappresenta la sfida più significativa all’autonomia strategica dell’Occidente

Il tempo scorre e una spada di Damocle pende sullo sviluppo verde e digitale di Europa e Stati Uniti, ma non solo. La vulnerabilità del sistema economico e industriale del futuro è già stata individuata: la forte dipendenza dalla Cina da una serie di elementi perlopiù sconosciuti all’opinione pubblica. Si tratta delle terre rare, un gruppo di 17 elementi dalle cui proprietà dipende il funzionamento della civiltà moderna. Quella della connettività, degli smartphone, della mobilità elettrica, degli elettrodomestici di più uso comune, passando dalle più avanzate tecnologie militari.

Utilizzati in piccole dosi per prodotto, questi elementi abilitano il corretto funzionamento di un’economia sempre più smart, immateriale e per certi versi ingannevole. Ma sono due i settori dalla rilevanza geopolitica che ha di fatto scosso l’establishment delle potenze industriali occidentali: quello delle cosiddette “tecnologie verdi” (batterie, magneti, auto ibride ed elettriche, pannelli solari e turbine eoliche) e l’equipaggiamento militare (sistemi di navigazione satellitare e missilistici, visori notturni, componenti degli F-35 e carri armati M1 Abrams).

“La Cina domina la supply chain. E con il peggioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, i paesi occidentali temono di non avere un’alternativa, il che potrebbe avere severe implicazioni sul futuro della manifattura”. Il video del Financial Times, dal titolo Why China’s control of rare earths matters, è coinciso e chiaro, e offre a un pubblico ignaro una cornice più o meno delineata della questione. Si tratta, però, di una semplificazione che rischia di far passare un messaggio tutt’altro che di pubblico interesse: l’idea (infondata) che l’Occidente possa creare, overnight come direbbero gli anglosassoni, una catena del valore che Pechino ha costruito nel corso degli ultimi decenni. Il cui controllo difficilmente allenterà, se non per prioritizzare lo sviluppo di un ecosistema tecnologico domestico e downstreamfocused con l’implementazione del piano Made in China 2025. Si tratta di una strategia volta “a creare una supply chain integrata verticalmente” dalle miniere fino al prodotto finito, con il rischio che in assenza di un’alternativa occidentale le aziende e, di conseguenza, “milioni di posti di lavoro high-tech possano migrare in Cina”.

Negli Stati Uniti l’allarme è scattato da poco più di un anno, quando la visita di Xi Jinping a un impianto di raffinazione dello Jiangxi nel maggio 2019, nel pieno della crisi Huawei, aveva fatto da anticamera alla possibilità di una ritorsione cinese con il taglio ai rifornimenti di terre rare. Lo scenario avrebbe avuto profonde implicazioni per la sicurezza nazionale, un argomento che da sempre stimola la sensibilità dell’establishment americano. Da quel momento, con uno slancio fortemente bipartisan – come nel settore dei semiconduttori – il Congresso ha accolto le indicazioni delle agenzie federali (e dello stesso presidente Donald Trump) e avviato una serie di proposte legislative per un reshoring della produzione. Nel frattempo, il Pentagono a luglio ha approvato il finanziamento di MP Materials, azienda che si è posta l’obiettivo di creare il primo stabilimento per la processazione di terre rare sul territorio americano dopo il fallimento di Molycorp, seguita da un progetto simile in Texas con il coinvolgimento dell’australiana Lynas Corporation. Lo scorso luglio Pechino ha nuovamente minacciato Washington di strozzare le supply chain, con l’obiettivo di colpire Lockheed Martin. Scenari che spingono i legislatori americani a ricercare a tutti i costi la sovranità americana su queste risorse, dalle miniere ai magneti, come l’ultima proposta del RARE Act sembra suggerire.

Pechino controlla i quattro-quinti dell’offerta mondiale di terre rare e quasi il 60% della manifattura dei magneti, sempre più essenziali per l’economia verde e digitale. “Non si tratta di un dono della natura”, hanno scritto James Mattis, ex segretario della Difesa, ed eminenti esperti di politica e sicurezza internazionale sulle pagine di Bloomberg. Si tratta, invero, del “risultato di 15 anni di politica industriale. Il governo cinese ha identificato una strozzatura economica critica, investito per sviluppare aziende e sussidiato la produzione per deprezzare e in ultimo distruggere la competizione, creando così un monopolio”. Una visione a lungo termine, strategica, che è mancata ai policymaker occidentali nel turning-point degli anni Novanta, quando gran parte delle attività delocalizzarono in Cina tramite joint venture. Quasi un decennio più tardi, durante una visita alla miniera di Baotou nella Mongolia interna, l’allora Presidente della Repubblica popolare Jiang Zemin dichiarava che l’obiettivo della Cina era quello di “migliorare lo sviluppo e l’applicabilità delle terre rare” così da “cambiare il vantaggio delle risorse in superiorità economica”.

È un processo in divenire, con alcuni segnali già allarmanti: è il caso del mercato delle auto elettriche, come raccontato da Formiche.net. E non sarà semplice invertirlo. Molto provocatoriamente il Global Times scriveva a inizio settembre come “le mosse di Washington sembrino più un grido di guerra che un passo avanti, dal momento che costruire un’industria delle terre rare richiede un enorme lavoro, il che non può essere completato in qualche anno”. Le tecnologie, il capitale e il know-how necessari per il consolidamento del settore al di fuori dalla Cina richiedono un cambio di approccio all’Occidente per competere ad armi pari con la Cina. “Non esiste una soluzione di libero mercato al problema senza un investimento iniziale significativo dei governi”, il commento di Dylan Kelly, analista di Ord Minnett, sulle pagine del Financial Times. “Le barriere all’ingresso [in questo mercato] sono estremamente alte, un progetto richiede 10 anni e più di un miliardo di dollari per tenersi in piedi [all’inizio] senza garanzie di successo”. È quello che è stato assicurato all’azienda australiana Lynas Corporation: finanziata dal governo giapponese sull’onda della crisi del 2010, quanto Tokyo era alla disperata ricerca di terre rare per diversificare il rischio delle sue aziende colpite dalle restrizioni imposte da Pechino. L’Australia rappresenta ora una delle migliori opportunità, contando su circa un sesto delle riserve mondiali e avendo già avviato una partnership con gli Stati Uniti e nuovi progetti d’estrazione.

E l’Europa? La Commissione europea è pienamente consapevole dei rischi. La nuova lista dei materiali critici, rilasciata a inizio settembre, ne è la conferma. Lungo la supply chain gli sforzi sono tutti concentrati a garantire alle industrie del continente una filiera per le batterie elettriche made in Europe, con il progetto dell’European Battery Alliance, mentre sono in corso dialoghi multilaterali sempre più ristretti con i partner occidentali per la diversificazione dei rifornimenti. Tuttavia, la minaccia va ben oltre il rischio di restrizioni o di sanzioni mirate del governo cinese. Il coordinamento sarà soprattutto vitale per non cedere terreno alle ambizioni industriali cinesi: secondo un rapporto della Camera di Commercio EU-China del 2017, Pechino vuole costruire il 50% delle auto elettriche entro il 2025. Una prospettiva che secondo Dudley Kingsnorth, professore dell’australiana Curtin University, “rischia di decimare l’industria automotive in Europa e Nord America”.

“La Cina sta stringendo progressivamente la sua presa sull’intera catena del valore delle terre rare. Fino a quando l’industria automotive, le aziende high-tech manifatturiere e i governi occidentali non collaboreranno ed utilizzeranno il loro potere d’acquisto per sovvenzionare gli investimenti nella processazione e in attività downstream continueranno ad essere aggirate dai competitori cinesi”. Questo perché le forze di mercato non riescono a creare i presupposti per ovviare ad un fallimento strategico dell’Occidente ormai trent’anni fa. Senza contare che i nuovi player vengono facilmente disarcionati da Pechino: “[I cinesi] aprono il tappo, inondano il mercato e i prezzi crollano”, commenta Jeffrey Wilson, direttore del Perth-USAsia Centre.

Ecco perché sarà cruciale sviluppare un approccio sistemico e rivitalizzare un dialogo tra imprese e governi che induca i CEO dell’industrie coinvolte a derogare dalle priorità dei bassi costi dei prodotti cinesi per evitare, come ricorda James Litinsky di MP Materials, che un singolo attore possa beneficiare di “trilioni di dollari di prodotto interno lordo” attraverso il dominio di una supply chain “che escluda l’emisfero occidentale” e che sia “solamente dipendente da un singolo punto di rottura in Cina”.

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