Intervista all’economista e docente della Fordham University: quasi certamente il Senato rimarrà in mano ai Repubblicani, per il nuovo presidente sarà difficile far passare un provvedimento che aumenta la pressione fiscale sulle grandi aziende. I rapporti con la Cina non cambieranno molto, semmai solo nella forma. In compenso in Ue assisteremo a una rivalutazione postuma della dottrina Trump sul 5G cinese

Vita dura per Joe Biden, e non ha ancora iniziato il suo mandato presidenziale. A poco meno di due settimane dalla vittoria del candidato democratico su Donald Trump, è tempo di porsi alcune domande. Che ne sarà della politica economica di Biden ora che la spaccatura del Congresso (Camera ai Democratici, Senato ai Repubblicani) è più che probabile (ma restano ancora in ballo i 2 seggi in Georgia, che saranno decisi nei ballottaggi del 5 gennaio e fino a quella data, dunque, non si saprà con certezza chi avrà la maggioranza al Senato)? E ancora, se e come cambieranno i rapporti commerciali tra Stati Uniti e Cina ora che alla Casa Bianca si è passati dall’elefante all’asinello?

Formiche.net ha rivolto questi interrogativi a Dominick Salvatore, professore della Fordham University e tra i maggiori esperti di politica economica internazionale.

Salvatore, Biden ha vinto. Ma un Congresso potenzialmente diviso può frenarne la politica economica, persino azzopparla. Lei che idea si è fatto?

Al Senato è prevista un’elezione di due senatori che potranno decidere se i Repubblicani ne manterranno il controllo. Questo è fondamentale, perché è il Senato che controlla le leggi, dopo la Camera, e al Senato spetta l’ultima parola. Se dunque, come appare probabile, al Senato ci sarà alla fine una maggioranza repubblicana, questo sarà un problema per Biden, che non potrà portare a termine tutti i suoi progetti.

Allora Biden è destinato a non mantenere tutte le promesse della campagna elettorale?

Non è detto. Barack Obama negli ultimi due anni di mandato aveva sia il Senato sia la Camera in mano repubblicana. Eppure ha legiferato, anche grazie a numerosi ordini esecutivi, che hanno aggirato il Congresso. L’elettorato americano comunque tende a non desiderare che uno stesso partito controlli Casa Bianca, Camera e Senato, perché questo significa un mancato controllo sui provvedimenti che vengono adottati. Per questo i Repubblicani quasi certamente manterranno la maggioranza al Senato.

Uno dei cavalli di battaglia di Biden è l’aumento della pressione fiscale sui profitti delle grandi industrie americane. Che speranze ha tale misura di vedere la luce?

Biden non solo vuole aumentare le tasse sulle grandi imprese, ma anche sulle persone oltre 400 mila dollari all’anno. Difficile che il Senato approvi un provvedimento simile, perché i Repubblicani sono contrari a misure che potrebbero allontanare gli investimenti dagli Usa. Trump, aveva per questo abbassato il prelievo sui profitti delle grandi aziende, proprio per attirare gli investitori. C’è un’altra ragione però che fa pensare a un fallimento della missione di Biden in materia fiscale.

Sarebbe?

Lo spopolamento delle grandi città americane. In Francia, l’ex presidente Hollande voleva aumentare le tasse e per tutta risposta il Regno Unito invitò migliaia di francesi ad andare a lavorare a Londra. Lo stesso vale per New York. I giovani che guadagnano un milione di dollari all’anno se ne sono andati e c’è da scommettere che queste fasce sociali non vorranno un nuovo aumento delle tasse.

Salvatore, il grande nemico di Trump in questi anni è stata la Cina. Ora con Biden come cambieranno i rapporti?

Non cambieranno molto, semmai solo nella forma. Biden è meno aggressivo e prepotente di Trump. Biden sarà meno aggressivo di Trump, non ci saranno guerre commerciali, ma i rapporti non cambieranno nella sostanza. E non cambierà nemmeno l’approccio dell’Europa a Huawei, anzi, semmai assisteremo a ulteriori sbarramenti in Europa contro il 5G cinese.

Parla della battaglia di Trump contro il 5G cinese, reo di rappresentare un pericolo per la sicurezza degli Stati?

Sì. Nonostante Biden sia il nuovo presidente in Europa assisteremo a una sorta di eredità di Trump. Voglio dire, Paesi come la Germania e la Francia si ricrederanno, dando ragione a Trump: chi governa il 5G, governa l’economia. E alla fine seguiranno l’esempio dell’Australia, del Regno Unito, del Giappone. La dottrina di Trump in materia di 5G rimarrà in Europa, nonostante la sconfitta.

Parliamo dell’Europa. Da osservatore negli Usa, che idea si è fatto del Vecchio Continente alle prese con la pandemia? 

L’Europa è stata brava e abile. Si è comportata bene. Quando saranno disponibili i fondi del Recovery Fund le cose si sistemeranno piano piano. Mi viene in mente l’Italia, un Paese che dà all’Ue più di quanto riceve. E proprio il fatto che l’Italia esprimesse malessere verso Bruxelles ha permesso all’Europa di svegliarsi e agire, evitando il collasso. Bruxelles non avrebbe mai potuto permettersi l’uscita dell’Italia.

Ma forse ci stiamo dimenticando che il nostro Paese vive una crisi profonda e che senza riforme e progetti credibili ha poche speranze di vita…

Lo può dire forte. L’Italia paga tante tasse, sarebbe ora di una riforma. Ma una riforma vera non qualcosa per ridurre le tasse solo dell’1%. Se l’Italia otterrà i fondi del Recovery, faccia delle riforme, ma vere e profonde. Lo sa che la produttività di un lavoratore in Italia è inferiore rispetto a 10 anni fa?

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