La rappresaglia iraniana è vicina? La ricorrenza della morte di Soleimani, l’assassinio di Fakhrizadeh, l’ingaggio continuo dei Pasdaran preoccupano Washington

La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno evacuato parte del personale presente all’ambasciata di Baghdad, che è un avamposto diplomatico fortificato all’interno della green zone della capitale irachena. L’ordine di Washington è legato a un timore: l’Iran potrebbe colpire l’edificio come forma di rappresaglia. I motivi ci sarebbero, e pure i precedenti: proviamo a ricostruire il quadro.

UN TARGET

L’ambasciata è più volte finita tra i target delle milizie sciite locali: corpi collegati a doppio filo con le fazioni più violente in Iran che gli hanno lanciato contro razzi Katyusha. Lo scorso anno, a fine dicembre, le stesse milizie avevano fomentato una mobilitazione popolare anti-americana che ha sfondato il cancello del primo dei tre livelli di sicurezza della postazione diplomatica — una delle più grandi che gli americani hanno nel mondo, e da dopo la guerra irachena certamente tra le più protette. Secondo la ricostruzione ufficiale statunitense, inoltre, il potentissimo generale iraniano Qassem Soleimani, capo delle operazioni speciali all’estero dei Pasdaran, è stato eliminato in un raid aereo appena fuori dall’aeroporto di Baghdad proprio perché la Cia aveva avuto informazioni su un suo piano per attaccare quell’ambasciata americana. Soleimani era nella capitale irachena per definire i dettagli con le milizie sciite, dice quella ricostruzione di Washington (che però non porta prove e sembra un modo per rendere potabile un attacco a un alto ufficiale di un paese sovrano in un territorio terzo; azione ben oltre i limiti del diritto internazionale, nonostante Soleimani fosse la mente di attività velenose con cui l’Iran vuol costruire la sua influenza nella regione, collegandosi con gruppi terroristici).

LE MILIZIE

Quando Soleimani è stato ucciso, in macchina con lui c’era anche Abu Mahdi al-Muhandis, un ex generale iracheno che dal 2014 guidava la Forza di mobilitazione popolare, Pmf, un’organizzazione ombrello con cui l’Iran ha voluto raccogliere le forze per aiutare l’Iraq a liberarsi dall’invasione dello Stato islamico. La Pmf — al di là dell’intento formale e di facciata iraniano — è un insieme di partiti/milizia che – mentre tengono posizioni anche non del tutto omogenee – hanno costruito all’interno del paese una sorta di stato-nello-stato e si muovono come una mafia. I Pasdaran gli passano armi e soldi e li usano come vettore di influenza per gestire l’Iraq. Unità che fanno parte delle Pmf come la Kata’ib Hezbollah sono state responsabili di attacchi contro l’ambasciata statunitense in questo ingaggio a bassa intensità che gli ultra-conservatori iraniani hanno interesse a mantenere con gli Usa. E questo nonostante quelle stesse milizie combatterono l’Is sullo stesso lato dell’esercito iracheno, che seguiva il coordinamento del Pentagono. D’altronde, ai tempi dell’invasione dell’Iraq sempre quelle milizie sciite erano considerate più pericolose — in quanto responsabili di attentati contro le forze occidentali nel paese — dei sunniti di al Qaeda (coloro che poi diventarono il Califfato).

LO SCIENZIATO

Ora, i motivi per temerle sono diversi si diceva. Innanzitutto c’è la ricorrenza dell’uccisione di Soleimani in avvicinamento — e le intelligence americane pensano che nonostante l’Iran abbia lanciato una salva di missili da crociera contro alcune basi irachene ospitanti anche soldati americani per rappresaglia lo scorso gennaio, Teheran ancora non abbia del tutto vendicato la morte di quel generale mitologico. Dunque far rientrare un po’ di personale in anticipo di qualche settimana è necessario. Poi c’è il continuo ingaggio contro gli Usa che le posizioni conservatrici dei Pasdaran e molto legate al settore dell’industria militare iraniano hanno interesse (interno) a tenere attivo. Infine c’è l’assassinio del fisico nucleare Moseh Fakhrizadeh, considerato a capo del programma nucleare che secondo le intelligence israeliane e americane l’Iran sta portando avanti clandestinamente. Lo scienziato è stato ucciso in strada fuori Teheran due settimane fa, probabilmente da una squadra del Mossad; in quegli stessi giorni, ma con meno scalpore internazionale, è stato ucciso al confine siro-iracheno anche un ufficiale dei Pasdaran impegno nel coordinamento dei rinforzi alle milizie sciite (colpito anche questo dagli israeliani, in un martellamento costante dei traffici di armi dall’Iran ai proxy mediorientali). Gli iraniani hanno promesso che a tempo debito si vendicheranno, e potrebbero farlo sia contro Israele che contro gli Stati Uniti — d’altronde difficile pensare che Tel Aviv si sia spinta a un’azione così violenta senza un coordinamento con l’alleato americano.

I B-52

Gli americani credono fortemente nel rischio di ritorsioni: lo vedono come molto concreto – quasi dovuto, come spiegava su queste colonne Nicola Pedde – e la minaccia imminente: per questo esercitano la deterrenza. Due Fortezze volanti B-52 sono partiti dalla Barksdale Air Force Base in Louisiana e in una missione di 36 ore sono arrivati nel Golfo Persico, volando lungo il confini aereo iraniano per altre due ore e integrando l’operazione con caccia sauditi, emiratini e qatarino. Il senso è stato dimostrare la rapidità e la capacità di impiego davanti a eventuali intenzioni dei Pasdaran — il Pentagono ha scelto questo genere di strategia nota come “dynamic force employment” per dimostrare che nonostante si stia sganciando da aree in presenza ha comunque capacità operative di massima efficacia agendo da remoto e attivandosi (il 21 novembre altri due B-52 erano partiti dalla dalla Minot Air Base nel North Dakota e condotto una missione del tutto simile). “I potenziali avversari dovrebbero capire che nessuna nazione sulla terra è più pronta e in grado di dispiegare rapidamente ulteriore potenza di combattimento di fronte a qualsiasi aggressione”, ha detto il generale Kenneth McKenzie Jr., il capo del CentCom, il comando del Pentagono che copre dall’Egitto all’Afghanistan.

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