Droni, sottomarini, Marines e unità anfibie. La Cina spinge la militarizzazione del Mar Cinese mentre gli Stati Uniti cercano di mantenere salva la libertà di navigazione. Scenari per il 2021 in uno degli ambiti strategici più delicati del confronto Washington-Pechino

Il 20 dicembre un pescatore indonesiano ha pensato di aver preso qualcosa di molto grosso: vedeva qualcosa di grigio dall’alto, gli sembrava vagamente un Pinna Nera, ma poi si è accorto che era un oggetto meccanico simile a un siluro. Era un “Haiyi”, un drone sottomarino sviluppato dall’Istituto per l’automazione Shenyang dell’Accademia cinese delle Scienze: il drone, noto nel mondo Nato come “Sea Wing”, è usato per raccogliere informazioni sulle acque e sui fondali, ed è stato trovato tra le acque delle Selayar, isolotti davanti al Sud Sulawesi (l’isola della Repubblica indonesiana divisa dal Borneo dallo Stretto di Makassar) e affacciati verso Timor Est.

Più si conoscono i fondali, più è facile compiere attività sottomarine, anche attraverso i sottomarini. Il governo cinese non ha commentato il ritrovamento, ma è evidente che fosse collegato ad attività di ricerca oceanografica per conto delle strutture governative, e dunque anche dei militari. L’area è appena a sud del Mar Cinese, e non è la prima volta che Pechino viene scoperta a mappare quelle acque: nel 2019 furono scoperte attività di ricostruzione dei fondali a nord della Papua Nuova Guinea – dove si trova la base navale congiunta australiana/americana di Manus (e ora i sottomarini cinesi transitano regolarmente nella zona).

È il terzo Haiyi trovato dagli indonesiani nel giro di un paio d’anni: il primo, nel marzo 2019, girava tra le acque settentrionali delle Isole Riau, tra il Brueni e la Malesia, nell’angolo sudoccidentale del Mar Cinese Orientale; il secondo a gennaio 2020 fu ritrovato tra le rotte del Mare di Java, non lontano dalle Selayar (evidentemente quel tratto è di particolare interesse). Questo ultimo ritrovamento è però forse il più significativo, soprattutto perché il drone è stato pescato mentre ancora era in funzionamento – e la marina indonesiana lo sta esaminando nella base di Surabaya – e poi perché a febbraio il ministero delle Risorse naturali cinese aveva annunciato che 12 Haiyi erano stati inviati in varie ambiti dell’Oceano Indiano per ricerche.

In tutta la regione dell’Indo-Pacifico, il Mar Cinese è uno degli ambiti più serrati del confronto tra Washington e Pechino (che coinvolge vari altri attori locali come l’Indonesia appunto). “La Cina potrebbe tentare di intimidire i suoi vicini cercando di restare comunque al di sotto della soglia dell’intervento degli Stati Uniti ma giudicare male dove si trova tale soglia, oppure sottovalutare la volontà degli Stati Uniti” di rispondere a ciò che percepiscono come una minaccia ai propri interessi, spiega David Gompert, ex vicedirettore della Cia, ex acting DNI, e ora in forza alla Rand Corporation. Lo scenario di Gompert è estremo quanto non escludibile: uno scontro aperto, una guerra, potrebbe accadere anche come conseguenza più o meno accidentale di qualche manovra spinta – unità cinesi e americane sono costantemente impegnate in show of force nell’area d’altronde.

La Cina sta aumentando le proprie capacità tecnologiche, sia riguardo agli isolotti militarizzati, sia sulle conoscenze della zona, e sia riguardo alle forze armate (per esempio ha progettato il rafforzamento delle unità anfibie nei prossimi anni: una preparazione che potrebbe anche servire per sbarchi rapidi tra quelle terre emerse contese). Allo stesso tempo gli americani hanno spinto i Fonop, ossia le operazioni con cui intendono sottolineare la libera navigazione tra quelle acque, al massimo e recentemente hanno dimostrato la capacità operativa di sbarco rapido dei Marines con batterie di artiglieria esercitandosi su un’isoletta giapponese del tutto simile agli atolli del Mar Cinese. Certe operazioni ravvicinate si portano dietro rischi di incidenti, con la US Navy che ha dichiarato che le unità americane “accetteranno rischi tattici calcolati e adotteranno una postura più assertiva nelle nostre operazioni quotidiane”.

Lo status quo è delicato, il rischio di violazioni di linee rosse (accidentale o intenzionale) è possibile, sebbene i due Paesi abbiano sviluppato un modus operandi che ha finora evitato lo scenario peggiore. La continuazione di questo status quo è la previsione più possibile nel medio-breve termine, probabilmente per tutto il 2021: disaccordo continuo, retorica belligerante, manovre politiche e militari strategiche, deterioramento continuo delle relazioni. Tutto senza scontri aperti: che non convengono alla Cina, che non ha ancora capacità di confronto militare con gli Usa, tanto meno a Washington dove la nuova amministrazione ha altri interessi a cui dedicarsi.

D’altronde è stato lo stesso neo-consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense, Jake Sullivan, a parlare di “coesistenza gestita con la Cina”, così come il futuro segretario di Stato, Anthony Blinken, ha dichiarato che l’amministrazione Biden “ri-attaccerebbe la Cina e lavorerà con la Cina”, sebbene da una posizione di forza. Sono due figure che saranno prominenti nella Casa Bianca di Joe Biden, dove si manterrà l’ingaggio contro il Partito/Stato ma si cercherà anche di evitare escalation. La questione qui non riguarda solo gli Usa, ma anche gli alleati. C’è per esempio il Giappone che teme l’avvio di una fase eccessivamente guerresca nella regione, e anche per questo Tokyo ha intrapreso una strategia personale, che passa anche dal riarmo, ma che intende segnare un percorso in parte sganciato da quello intrapreso dagli Stati Uniti.

Il governo nipponico per esempio è tra i presenti nel Quad il meno convinto nel trasformare l’alleanza informale tra Usa, India, Giappone e Australia in un qualcosa di più istituzionalizzato, anche o soprattutto sul piano militare; per semplificare in una Nato Asiatica. Uno degli scenari più positivi per il 2021 riguarda un cambio di retorica da parte degli Stati Uniti: l’amministrazione Biden scegliere di allentare sulla spinta bipolare – o con o con la Cina – dando spazio alle iniziative individuali e rifocalizzando le politiche e l’assistenza americana sullo sviluppo e sul commercio, senza vincoli, in un dialogo meno aggressivo col blocco Asean. A questo la Cina potrebbe rispondere allentando la sua postura aggressiva e le sue ambizioni sui pretendenti rivali della regione.

 

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