L’Iraq è un pezzo importante di una regione difficile. Gli Stati Uniti cercano la ricomposizione di una stabilità, pensando anche al rapporto con l’Iran, e la Nato potrebbe essere il vettore per costruire capacità operative – sia sul fronte dell’anti-terrorismo sia sul contenimento dei Pasdaran – e capacità di ristrutturazione statuale

La scorsa settimana il rappresentante diplomatico degli Stati Uniti all’Onu, Richard Mills, ha parlato di Iraq, dell’importanza strategica che la stabilità del Paese ha per la regione e per gli interessi americani (e occidentali, sebbene non omogenei). Mills parlava a pochi giorni dall’ufficializzazione dell’aumento del contingente Nato nel Paese, arrivato per decisione collettiva presa durante la ministeriale alleata, ma già in discussione da tempo. Tra le parole dell’ambasciatore e l’ufficializzazione del surge Nato c’è stato un attacco missilistico contro una base della coalizione internazionale che combatte l’Is a Erbil, nel Kurdistan iracheno e un altro minore contro l’ambasciata Usa di Baghdad.

Quei militari – per lo più occidentali, molti americani ma anche italiani – sono stati attaccati da una milizia sciita filo-iraniana. Sono a Erbil per compiere attività del tutto simili a quelle che i nuovi effettivi Nato porteranno avanti, ossia l’addestramento delle truppe locali per combattere lo Stato islamico. O meglio dire ciò che ne resta: il gruppo è in una fase di clandestinità dopo la perdita delle dimensione statuale, ma non per questo ritenuto una minaccia estinta. Anzi, la capacity building dei militari iracheni è fondamentale per il contenimento futuro.

Il fatto che a colpire gli addestratori occidentali non sia l’Is invece si lega alla sovrapposizione di tensioni all’interno dell’Iraq. Le milizie sciite infatti operano, su coordinamento con i Pasdaran, per mantenere costante l’ingaggio contro Usa e occidentali soprattutto adesso che il governo di Teheran lotta contro il tempo (ossia le presidenziali di giugno) per ricomporre l’accordo sul nucleare Jcpoa e lasciare la linea pragmatico-riformista come eredità politica al paese. Il surge Nato è connesso anche al contenimento del ruolo di queste milizie, così come è collegato a queste la permanenza americana nel Paese che – come ha fatto capire Mills – è destinata a durare.

Sembra una posizione in strappo con la tendenza degli ultimi anni, e con le mosse che avevano portato la precedente amministrazione a usare l’uscita da certe situazioni come leva politica sulla rotta dell’America First. Non lo è: il diplomatico ha spiegato che non si tratta solo di rappresentare la forza con una presenza militare costante ed eterna – e qui la sostituzione/implementazione con i nuovi effettivi Nato incrocia i desiderata strategico-tattici di Washington. L’attività del Pentagono è infatti anche volta a dimostrare la capacità di schieramento rapido con controllo della situazione militare da remoto. Più il discorso ricostruzione, invece.

Mills ha infatti inquadrato la lotta all’Is così come il freno al dilagare delle milizie come impegni di lungo termine orientati a un Iraq “stabile e democratico”. Il diplomatico ha toccato leve ampie, dalla lotta alla corruzione all’assistenza sociale e sanitaria, fino al superamento delle divisioni etniche, spiegando che sono questi i presupposti per sconfiggere l’Is e lo spazio socio-culturale che ha sfruttato per spingere il proprio proselitismo tra gli ultimi nel paese. Stesso discorso vale per le milizie, che si muovono come una sorta di mafia accaparrandosi consensi soprattutto tra le fasce più in difficoltà della popolazione.

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