Rallentano le trattative per rilanciare l’accordo sul nucleare iraniano. Il governo di Rouhani dice no all’incontro con Biden e l’Ue. Tra pasdaran, crisi economica e urne dietro l’angolo, ecco cosa agita (davvero) Teheran

L’Iran si è rifiutato di partecipare all’incontro informale con gli Stati Uniti che l’Unione europea aveva pensato come calcio d’inizio semi-ufficiale di una nuova stagione negoziale per ricomporre l’accordo nucleare Jcpoa. Gli Stati Uniti, che avevano accettato di prendere parte al meeting, continuano il processo di avvicinamento pur tracciando linee rosse (anche per rassicurare gli alleati regionali).

I paesi europei del Nuke Deal, gli E3 (Germania, Regno Unito e Francia), sempre nell’ottica di sfruttare quella che Foreign Affairs chiama una “stretta finestra d’opportunità” con l’Iran, hanno deciso di ritirare una risoluzione di censura che avrebbero dovuto presentare all’Agenzia internazionale per l’energia (IAEA). Mossa quest’ultima che si lega alla disponibilità di Teheran di cooperare con esperti internazionali in merito alle particelle di uranio trovate in molti dei suoi siti.

La partita dipende anche dal peso della competizione iraniana per il potere in vista delle presidenziali di giugno, dove il governo pragmatico-riformista incontrerà una dura opposizione delle anime conservatrici, con le più radicali disposte ad accettare la mobilitazione dei proxy regionali dei Pasdaran – le milizie sciite – per intralciare il processo negoziale.

Se il governo iraniano riuscisse a riportare gli Stati Uniti a un tavolo, rientrando nell’ottemperanza completa del Jcpoa (ossia interrompendo le violazioni dell’accordo), Il Paese potrebbe beneficiare del sollevamento delle sanzioni americane. Ovvero trovare una riapertura economica e commerciale che, in un momento di grave crisi, rappresenterebbe un potenziale asse elettorale.

“Perdere tempo e rimandare le cose a un altro giorno non gioverà a nessuno. Se si perde tempo e si perde l’opportunità, gli Stati Uniti saranno direttamente responsabili”, ha ammonito il presidente iraniano, Hassan Rouhani, mentre un portavoce del suo governo ha accolto positivamente – sul “percorso della diplomazia” e del ritorno al rispetto completo delle regole – la decisione degli Stati Ue di ritirare la mozione che avrebbero presentato alla IAEA insieme agli Stati Uniti.

Il direttore dell’agenzia, l’argentino Rafael Grossi, ha dichiarato che la spiegazione presentata dall’Iran per giustificare le particelle trovate nei siti ad agosto scorso non è stata “tecnicamente credibile” ma da allora le due parti hanno “parlato l’una accanto all’altra”: questione che dovrebbe essere risolta con nuovi colloqui che l’Iran ha accettato di programmare per aprile.

Grossi è stato recentemente a Teheran, dove aveva strappato un accordo per ottenere l’accesso ai dati delle centrali iraniane, dopo che il governo aveva dovuto sottostare a una richiesta del parlamento che imponeva all’esecutivo di bloccare le ispezioni dei funzionari internazionali (un’altra delle violazioni al Jcpoa che l’Iran, e in particolare i conservatori, vogliono portare avanti per mettere pressione).

Ma il punto resta sempre il problema delle reciproche priorità tra Washington e Teheran. Mercoledì l’amministrazione Biden ha diffuso il nome del vice-inviato speciale per l’Iran: sarà Richard Nephew, scholar della Columbia e fellow della Brookings, noto esperto di sanzioni. Dalla Repubblica islamica sono piovute critiche perché il suo incarico sembra confermare che le sanzioni, senza un primo passo iraniano, non se ne andranno.

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