Formiche.net ricostruisce come sarà protetto il viaggio del pontefice in un momento in cui l’Iraq diventa territorio di sfogo per le tensioni che riguardano il dossier nucleare iraniano e la lotta politica all’interno dell’Iran, che vede i Pasdaran interessati a usare i propri proxy per minare il processo di contatto tra Teheran e Washington

Stando al programma pubblico della storica visita apostolica di papa Francesco in Iraq (la prima dopo 15 mesi di pandemia), il pomeriggio del 5 marzo è previsto l’arrivo all’aeroporto internazionale di Baghdad. Il viaggio nella Terra Santa di Abramo e luogo in cui recentemente i cristiani hanno sofferto persecuzioni brutali da parte dell’Is (e non solo) durerà fino all’8 marzo.

Il pontefice nel primo giorno avrà un incontro con vescovi, sacerdoti e seminaristi nella Cattedrale Siro-Cattolica di “Nostra Signora della Salvezza”. Il giorno successivo sarà a Najaf, città santa per gli sciiti nel centro del Paese: lì incontrerà l’ayatollah al Sistani, figura di riferimento dello sciismo. Nel pomeriggio il rientro a Baghdad, dove il papa celebrerà la messa nella Cattedrale Caldea di San Giuseppe. Il giorno seguente sarà a Erbil, nel Kurdistan iracheno: da lì partirà in elicottero per Qaraqosh, per la visita alla comunità cristiana locali martoriate dai baghdadisti e la recita dell’Angelus, poi le chiese profanate di Mosul (già capitale del Califfato) e rientro a Erbil dove celebrerà la messa nello Stadio “Franso Hariri”, infine tornerà a Baghdad. L’8 marzo è previsto il rientro a Roma (Fiumicino).

La visita è importante quanto complessa e il programma sopra elencato serve proprio per individuare alcune di queste complessità legate sostanzialmente al problema della sicurezza. Erbil per esempio è stata recentemente oggetto di una salva missilistica lanciata contro la base della missione internazionale che aiuta la formazione delle forze armate locali contro lo Stato islamico.

A colpire quella grande base che è parte dello stesso complesso dell’aeroporto civile in cui atterrerà Bergoglio è stata una milizia nota come Brigata Guardiani del Sangue — che altro non è che un modo usato dalla più famosa Kataib Hezbollah per rivendicare attacchi senza esporsi troppo apertamente. C’è stato un morto e diversi feriti. Nel complesso in cui si svolge quella che in gergo tecnico viene definito Building Partner Capacity, c’è anche un centro di coordinamento del CJTF-OIR. È la missione che ha distrutto la capacità statuale dello Stato islamico, è a guida americana, ma partecipano dozzine di altri paesi (tra cui l’Italia). L’Is in Iraq è ancora una minaccia: a fine gennaio due kamikaze si sono fatti esplodere in un mercato di Baghdad facendo una strage.

Le milizie irachene di solito non colpiscono Erbil, ma la tensione è molto alta adesso e l’Iraq, cerniera del Medio Oriente, fa da territorio di sfogo delle dinamiche che vedono gli Stati Uniti disposti a ricomporre l’accordo sul nucleare con l’Iran, ma senza cedere troppo. Mentre a Teheran si muovono dinamiche interne in vista delle elezioni di giugno, con i Pasdaran che usano quelle milizie (in Iraq, in Yemen e altrove) per minare ogni processo politico che possa portare vantaggio alla permanenza al potere della componente pragmatico-riformista. La Kataib Hezbollah è stata recentemente oggetto di un bombardamento aereo statunitense al confine siro-iracheno, perché Washington la ritiene responsabile (per conto dei Pasdaran) dell’attacco su Erbil, di un altro alla Balad Air Base (appena fuori Baghdad) e di uno ancora contro l’ambasciata statunitense nella capitale irachena. Tutto nel giro di due settimane, a pochi giorni dall’arrivo di papa Francesco.

Per dare un’idea: la chiesa dove il pontefice incontrerà i vescovi il primo giorno di visita, già oggetto di un attentato sanguinoso nel 2010, rispetto all’ambasciata Usa che da due anni è sfogo delle milizie filo-iraniane, si trova dall’altra parte del meandro che il Tigri forma perimetrando il lato orientale della Green Zone. Poco più a sud c’è la chiesa di San Giuseppe. Lo stadio Hariri di Erbil è praticamente al centro della città.

“Sebbene le problematiche di sicurezza esistano, è improbabile che le milizie decidano un’azione contro la visita del papa: sarebbe folle, un suicidio”, spiega una fonte diplomatica italiana con conoscenza dell’Iraq a Formiche.net. Una posizione sostenuta anche da vari osservatori, che anzi considerano la visita del Pontefice come un momento di sicuro stop-alle-armi, sebbene il contesto sia delicatissimo. Nei giorni scorsi l’Associated Press aveva registrato come la volontà di Bergoglio fosse proprio di superare quel contesto, e compiere il viaggio contro le violenze e contro i vari rischi epidemiologici. La visita infatti arriverà mentre l’Iraq ha inasprito le normative per contenere i contagi, preso dalla morsa della pandemia. Chi viaggia col pontefice sarà vaccinato (lui compreso), ma il rischio sollevato è che la creazione di assembramenti possa essere fonte di momenti di diffusione.

Secondo le informazioni raccolte da Formiche.net, sarà l’Iraq a occuparsi della sicurezza generale della missione papale. È anche una “questione di sovranità territoriale”, spiegano fonti locali, a cui Baghdad “tiene molto”, strattonata nella partita Iran-Usa. L’Unità scelta per la protezione del papa è quella nota come “Golden Division”, ora indicata dall’acronimo CTS (che sta per Counter Terrorism Service), addestrata dalle forze occidentali nel corso degli anni.

Si tratta di un reparto di élite a elevata preparazione al cui interno c’è un’aliquota dedicata alla sicurezza delle personalità. Una bolla simile sarà creata nel Kurdistan, dove i Peshmerga hanno due unità preposte: la Zevarani che è un’unità di polizia militarizzata (addestrata anche dai Carabinieri in passato); gli Asayish che è la principale unità di intelligence del Kurdistan iracheno; l’accoppiata è quella che solitamente si occupa della sicurezza di personaggi politici di alto spessore che spesso viaggiano su Erbil.

Sul territorio iracheno si trovano, come detto, diverse unità (militari e di intelligence) occidentali, appartenenti sia alla missione anti-Is sia a quella (integrata) Nato, che recentemente ha avuto l’ok per essere implementata. Stando alle conversazioni fatte da Formiche.net con fonti della sicurezza occidentale in Iraq, difficile però che queste componenti prendano parte sul terreno al sistema di protezione di papa Francesco. Almeno ufficialmente.

Va in effetti considerato che le forze occidentali evitano spostamenti terrestri, preferendo – anche per movimenti all’interno di Baghdad – quelli aerei. Questo per evitare trappole esplosive messe da Is o milizie (come era classico ai tempi dell’occupazione due decenni fa). Per altro gli spostamenti delle unità occidentali sono soggetti a richiesta/comunicazione con l’ufficio preposto del primo ministro (il Noc). È comunque possibile, secondo le fonti di Formiche.net, che gli iracheni coinvolgano a livello di comando le strutture occidentali, comunicando con queste sia prima che in fase operativa. Difficile che droni occidentali non battano i cieli per monitorare dall’alto. Chiaramente tutto il sistema sarà aggiunto al dispositivo che il Vaticano predispone in modo autonomo attorno al Papa ovunque si muova.

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