Democratici e repubblicani trovano intese su pochi dossier. Ma la preoccupazione per l’ascesa di Pechino fa eccezione. Ecco tutte le ultime mosse del Congresso e dell’amministrazione

Dopo oltre nove mesi di (quasi) silenzio Stati Uniti e Cina tornano a incontrarsi in quello che il politologo Ian Bremmer, intervistato da Formiche.net, ha definito un vertice interlocutorio e che Richard Fontaine, amministratore delegato del think tank statunitense Center for a New American Security, ha bollato come uno di quei meeting “che i diplomatici chiamano ‘un vivace scambio di idee’”.

Gli Stati Uniti Uniti hanno una duplice postura verso la Cina. Quando si muovono a Oriente “hanno la necessità di mettersi in posizioni meno dure, perché sono consapevoli che la Cina nella regione è già egemonica e gli alleati ne risentono”, come ha evidenziato Emanuele Rossi su Formiche.net. A Washington, invece, la musica è diversa.

Lo scriviamo su queste pagine da almeno un anno: la preoccupazione per l’ascesa cinese è bipartisan al Congresso. Un’accelerazione in questo senso si è registrata un anno fa, con lo scoppio della pandemia, che ha portato a una serie di risoluzioni bipartisan, tra cui una per avere chiarezza da Pechino sull’origine del coronavirus. “Se quattro anni fa, mentre il Partito repubblicano (su impulso di Steve Bannon, l’ex stratega di [Donald] Trump) già vedeva Pechino come l’avversario degli Stati Uniti nei prossimi decenni, il Partito democratico sembrava più interessato alla Russia (scottato dal Russiagate), oggi le cose sono cambiate”, notavamo a luglio in occasione del lancio del piano Buy American dell’allora candidato presidenziale Joe Biden.

Anche su spinta del Congresso, prima dell’incontro in Alaska gli Stati Uniti in particolare (ma anche la Cina) hanno surriscaldato il clima. L’amministrazione di Washington ha sanzionato 24 funzionari di Pechino che hanno compromesso l’autonomia di Hong Kong. Il segretario di Stato Antony Blinken e il capo del Pentagono Llyod Austin sono volati in Corea del Sud e Giappone suscitando le ire cinesi, con il portavoce ministero degli Esteri Lijian Zhao che ha definito l’incontro 2+2 di Tokyo un episodio che dimostra la “mentalità da Guerra fredda” “anticinese” dei due Paesi. Il dipartimento del Commercio statunitense ha notificato citazioni in giudizio a diverse società cinesi per ragioni di sicurezza nazionale. La Federal communications commission ha revocato le licenze a China Unicom Americas e a Pacific Networks, oltre che a ComNet, controllata di quest’ultima. La scorsa settimana Washington aveva impresso una nuova stretta anticinese sul 5G. L’amministrazione statunitense ha anche minacciato di mettere sotto sanzioni le spedizioni di petrolio dall’Iran alla Cina utilizzando le misure già previste da Trump. Il tutto, tra l’altro, nelle ore precedenti l’inizio del processo in Cina all’analista ed ex diplomatico Michael Kovrig e all’uomo d’affari Michael Spavor, i canadesi capri espiatori per il processo contro Meng Wanzhou, direttore finanziario di Huawei nonché figlia del fondatore.

E il clima a Washington è ben fotografato da un’inchiesta di Politico dal titolo eloquente: “Politiche bipartisan in un Senato diviso? Sulla Cina, forse”. Diversi repubblicani aprono al dialogo con i democratici guidati da Chuck Schumer, leader della maggioranza, sul dossier Cina in chiave sicurezza nazionale. “È difficile immaginare un disegno di legge sulla Cina, il modo in cui viene discusso, che non sarebbe bipartisan e godrebbe di un ampio sostegno”, ha dichiarato il senatore Marco Rubio, vicepresidente del comitato Intelligence e da tempo “falco” sulla Cina, tra i possibili candidati alla Casa Bianca per il Gop nel 2024. “C’è un certo interesse bipartisan”, ha detto invece il leader della minoranza Mitch McConnell commentando gli sforzi del collega (e amico) Schumer. È stato lo stesso McConnell a pronunciare nelle scorse ore un duro discorso in Senato che sembra proprio un ramoscello d’ulivo ai democratici. Investimenti esteri, tecnologia, difesa da spionaggio e campagne di influenza, sostegno al popolo di Hong Kong, ai diritti umani e difesa di Taiwan: su questi temi, ha detto, possiamo lavorare assieme. A una condizione: che si evitino “politiche di estrema sinistra”. Un altro assist dei repubblicani all’establishment democratico.

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