Il capitolo della transizione digitale riveste un ruolo fondamentale all’interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ne parlano insieme Vincenzo Celeste (ministero degli affari esteri) Michele Colajanni e Marco Mayer, più Federica Dieni, Enrico Borghi e Antonio Zennaro (Copasir) nella diretta della Scuola “Cesare Alfieri” dell’Università degli Studi di Firenze in collaborazione con il Limes Club di Firenze e Formiche.net

Un quinto delle risorse garantite ai Paesi europei mediante il Recovery and Resilience Facility (ossia la fetta più significativa dei fondi europei che prendono il nome di Next Generation EU) sono da destinare alla digitalizzazione. In altre parole, la Commissione europea finora ha stanziato €134,5 miliardi per la transizione digitale. Basta questo dato per rendersi conto della reale dimensione della sfida tecnologica.

Parlare di digitalizzazione come di un compartimento stagno non cattura l’essenza di una forza così onnipresente e trasversale, dall’economia alla sicurezza, dall’industria alla pubblica amministrazione, dagli equilibri sociali a quelli geopolitici. Per l’Ue si tratta di immaginarsi un futuro da attore chiave, libero dalla dipendenza tecnologica da Paesi esterni e capace di rivaleggiare con loro in termini di difesa, competitività, valori innervati nelle creazioni tecnologiche.

La versione definitiva del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), ossia la declinazione italiana degli obiettivi europei, è attesa per fine aprile. Le priorità identificate in quel documento andranno effettivamente a disegnare il futuro digitale dell’Italia nella più vasta cornice europea. È sullo sfondo di questa impresa titanica che si è svolto l’evento “Pnrr e transizione digitale”, organizzato dal Corso ICT Policies and Cyber Security tenuto dal professor Luigi Martino sotto il patrocinio della Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università degli Studi di Firenze, Limes Club Firenze e Formiche.net.

Digitale: tra rincorsa e rulesetting

Prima, le basi. “I dati si stanno affermando come materia prima del 21 secolo”, ha detto Vincenzo Celeste, direttore generale per l’Unione europea del ministero degli Affari esteri e in quanto tale coordinatore del negoziato sempre attivo tra Roma e Bruxelles. Dibattito urgente, essendo la questione tecnologica permeata di valore strategico nel contesto della sovranità digitale e della tanto decantata “autonomia strategica”. È bastato un anno di pandemia a tradurre in termini concreti la criticità delle infrastrutture tech e la dipendenza italiana (ed europea) da quelle estere.

L’Europa non ha scoperto ieri il digitale, ha continuato Celeste, ma la Commissione di Ursula von der Leyen lo ha messo al centro della strategia 2021-2027. Finora L’Ue si è mossa come un campione normativo – il Digital Service Act e il Digital Markets Act, pacchetti di legge all’avanguardia che regoleranno il mercato digitale europeo, vanno esattamente in questa direzione – ma la sfida più importante è recuperare la capacità competitiva persa mentre ci si riappropria del mercato digitale.

La bussola europea identifica questi obiettivi interconnessi: sicurezza, potenziamento dell’industria tech, digitalizzazione trasversale. Passando da un’architettura cloud europea (Gaia-X) sicura e sostenibile, supportata da infrastrutture fisiche e protette (5G e fibra che rispettino le norme europee, “corridoi” di dati schermati e paneuropei) e che possa a sua volta sostenere la ricerca e le aziende del continente, unitamente al miglioramento delle competenze digitali in tutti i settori, dalla pubblica amministrazione ai privati.

Si tratta di un progetto che dovrà avvenire nel rispetto dei diritti dei cittadini europei, nell’elaborazione di un quadro di diritti come connettività, accesso equo, ambiente digitale sicuro. Chiudendo il suo intervento, il direttore generale ha parlato di “mettere le basi del nuovo umanesimo digitale”. La linea italiana espressa da Celeste: la sovranità tecnologica europea è un obiettivo strategico ma non è in conflitto con il carattere aperto del mercato, e l’Ue deve agire da rulesetter per assicurare la definizione di standard internazionali coerenti con i suoi valori.

La versione accademica con Colajanni e Mayer…

Date dunque l’importanza e la trasversalità della questione digitale occorre pensare alla messa a terra. Nelle parole di Michele Colajanni, professore dell’Università di Bologna e già direttore del master in cyber defence della scuola di telecomunicazione del Ministero della Difesa: “il treno del digitale è partito almeno trent’anni fa […] la bussola [europea] è chiara e condivisibile, ma concretamente come arriviamo a recuperare un ritardo così?”

È naturalmente da escludere l’approccio cinese, responsabile di quello “che un generale americano ha chiamato il più grande trasferimento di competenze tecnologiche della storia umana” mediante spionaggio industriale, ma anche vent’anni di investimenti massicci in università e industria tecnologica. “Possiamo e dobbiamo investire di più sulle risorse e sulla formazione di 60 milioni di italiani”, ha continuato Colajanni, rimarcando il nostro ultimo posto in materia di competenze digitali nella graduatoria europea.

Lapidario, invece, il suo commento sull’auspicata “autarchia” produttiva: per l’Europa non c’è speranza di sviluppare le conoscenze specifiche (come per esempio sui microprocessori) per rivaleggiare in breve tempo con gli americani o i cinesi. Ma si tratta anche di valori. I treni in corsa hanno due bandiere, ha sottolineato l’esperto, e si tratta di scegliere quello su cui saltare a bordo – decisione già presa, fortunatamente, dal primo ministro Mario Draghi e la sua chiara collocazione atlantista.

Occorre anche instaurare un dibattito con le Big Tech americane, realtà ormai globali, per chiedere di aiutarci nello sviluppo della nostra industria tech in fasce, ha concluso Colajanni. “Tra vent’anni possiamo avere la nostra industria, ma fino ad allora non si diventa leader di mercato per decreto. Servono risorse, collaborazione tra Paesi. Non possiamo pensare di farlo in 7 anni e pregherei di ricevere un po’ di concretezza su come arrivarci”.

L’apertura euroatlantica sul piano politico è di segno opposto rispetto alla fascinazione dell’Italia per la Cina, ha rimarcato Marco Mayer, docente del master in cybersecurity alla Luiss di Roma. Nel 2019 il Paese firmò un memorandum di intesa per la Nuova Via della Seta che “nonostante le deboli proteste dell’allora vicepremier Matteo Salvini” e grazie “alla potente lobby italiana di intermediari” ha incluso anche collaborazioni tech con realtà come Huawei e ZTE, ossia le aziende identificate dal Copasir come potenziale pericolo per la sicurezza del Paese.

“Nemmeno [l’intelligence americana] può sapere quali dati trasmetta al suo governo un’azienda cinese, ma quest’ultima sarebbe comunque obbligata a farlo in base ad almeno quattro leggi cinesi note”, ha ricordato l’esperto. Serve dunque assicurarsi che le risorse del Pnrr siano utilizzate per mettere l’Italia in sicurezza, dirottandole dalle mani di attori potenzialmente nocivi, e in questo, secondo Mayer, “il ruolo del Copasir è fondamentale”.

…e quella politica del Copasir

Sulla questione digitale il fronte del comitato di intelligence parlamentare è compatto a prescindere dal colore politico, ha detto Antonio Zennaro, deputato in quota Lega e membro del Copasir fino a qualche giorno fa. Occorre usare il Pnrr per colmare il gap tecnologico, ha rimarcato, a partire dalla creazione di valore nel contatto – spesso mancante in Italia – tra università, istituzioni e industria. Secondo l’onorevole, realtà medio-grandi come Leonardo, Eni ed Enel hanno un ruolo chiave nel facilitare il passaggio di know how tra atenei e le piccole medie imprese che costituiscono il nostro tessuto produttivo.

Per quanto riguarda l’allineamento geopolitico, le scelte dell’Italia in materia cyber devono alimentare e proteggere i nostri diritti, i valori e l’organizzazione della vita civile, ha detto Enrico Borghi, responsabile per la sicurezza del Pd e membro del Copasir. “Stiamo camminando sull’orlo di un vulcano”, ha detto in riferimento ai delicati equilibri tra i grandi giocatori tech; “le scelte che andiamo a compiere possono essere decisive per l’assetto dei poteri futuri”.

Nessun dubbio su quali fazioni siano amichevoli e quali ostili. Borghi ha ricordato che l’Italia è “annualmente e costantemente” oggetto di ciberattacchi da parte di soggetti ben precisi: Russia, Cina, Iran. “Non possiamo fare finta che questo non avvenga e continuare a intrattenere relazioni di carattere industriale legate a questi temi”, ha commentato. Tradotto: la tecnologia fornita da attori ostili non può trovare posto (o finanziamenti) nel processo di digitalizzazione dell’Italia.

“Serve un’operazione trasversale che attraversi tutti i comparti che [il Pnrr] finanzierà per realizzare un salto quantico della capacità del sistema-Paese di attrezzarsi per la sicurezza cibernetica”, ha continuato l’onorevole. Dobbiamo avere un cyber security manager per ogni pubblica amministrazione, ha detto, e nel Pnrr serve una “striscia orizzontale” che destini al digitale risorse, investimenti e potenziamento delle risorse umane.

L’onore e l’onere di chiudere i lavori è toccato a Federica Dieni, segretaria del Copasir in quota M5S, che ha tirato le somme parlando dell’operato del comitato nelle questioni riguardanti il 5G e il tentativo – interrotto – di portare avanti “una fondazione pubblico-privata per assicurarne la sicurezza”. La deputata ha promesso che il Copasir audirà Franco Gabrielli, l’autorità delegata per la sicurezza di Palazzo Chigi, per informarsi sui piani del governo in merito allo sviluppo tecnologico del Paese.

La questione è anche e soprattutto sociale, perché la transizione tecnologica ha il potenziale per garantire accesso informatico e protezione a tutti i cittadini. Occorre utilizzare il Pnrr “per rilanciare e investire nel futuro, realizzare la transizione sociale e sostenibile” senza muoversi “sulla base di interessi particolari”, ha concluso l’onorevole.

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