Il premier ungherese taglia le unghie al graffio del gruppo Visegrád nei confronti della Russia. La lealtà di Orbán per il Cremlino pare inamovibile anche in tempi di relazioni burrascose tra Occidente e Russia, ma questa linea lo sta allontanando dai suoi alleati più stretti

La lealtà del premier ungherese Viktor Orbán per il Cremlino non è venuta meno durante la saga diplomatica in corso tra l’Occidente e la Russia. Pur unendosi al coro di biasimo per le azioni ostili portate avanti sul suolo europeo dai servizi segreti russi, Orbán ha esercitato pressioni sui suoi alleati per annacquare le critiche verso Mosca.

Lunedì i componenti del gruppo Visegrád – Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia e Ungheria, anche detti V4 – hanno rilasciato una dichiarazione congiunta di condanna alla Russia. Il testo critica le “deplorabili azioni aggressive” a opera di agenti russi in “violazione delle leggi internazionali”, nonché la risposta “sproporzionata” del governo russo, ossia l’espulsione di 20 diplomatici cechi da Mosca in seguito alla cacciata di gran parte dello staff diplomatico russo da Praga.

“Non permetteremo che queste attività dividano l’Europa”, si legge nel comunicato; “i Paesi del gruppo Visegrád sono determinati a prendere misure, assieme agli altri Stati membri dell’Unione europea, per rinforzare la nostra resilienza”. Ma il V4 non è coeso contro la Russia come lascia intendere questa dichiarazione.

Stando a Euractiv, il testo originale – scritto dalla Polonia – era molto più duro. Supportava la cancellazione del gasdotto Nord Stream 2, che avrebbe “impattato negativamente la sicurezza energetica europea”, ed esortava il sostegno di Ucraina e Bielorussia, ossia i Paesi del continente europeo dove l’ingerenza del Cremlino si fa più sentire. Ma questa versione non è stata gradita dal primo ministro ungherese, il quale ne ha chiesto e ottenuto l’ammorbidimento.

Sotto il premier attuale Budapest ha mantenuto buoni rapporti con Mosca. Orbán ha sempre criticato le sanzioni europee sulla Russia per l’annessione della Crimea nel 2014, e ad oggi l’Ungheria è l’unico Paese europeo che ha abbracciato la diplomazia vaccinale russa utilizzando Sputnik V, ancora al vaglio delle autorità occidentali.

I Paesi del V4 sono più vicini alla Russia (storicamente, geograficamente e culturalmente parlando) rispetto alla gran parte degli Stati europei. Eppure l’accrescersi delle tensioni tra l’Occidente e il Cremlino sta aumentando le distanze tra la Russia e gli ex Stati satellite dell’Unione sovietica, tra cui figurano quelli del V4 ma anche Estonia, Lettonia e Lituania, i quali hanno espulso diversi diplomatici russi in solidarietà con Praga.

Anche Slovacchia e Bulgaria hanno cacciato alcuni diplomatici russi, e la Polonia ha un rapporto conflittuale con Mosca da anni. Lo stesso si può dire dei Paesi balcanici occidentali, meno la Serbia. Insomma, gli ex Stati sovietici si stanno spostando sempre più verso la Nato e l’Occidente nel processo di polarizzazione geopolitica in corso. Eccezion fatta per l’Ungheria di Orbán.

Il primo ministro ungherese non sembra temere il biasimo degli alleati occidentali, anche a fronte dell’irrigidimento generale nelle relazioni con la Russia. Ma tutte le entità geopolitiche più vicine a lui si stanno muovendo in senso opposto. Il premier Mateusz Morawiecki ha detto che finchè dura la presidenza polacca del V4 (che finirà a luglio) la politica orientale del gruppo si concentrerà anche sulla situazione in Bielorussia e l’avvelenamento di Alexei Navalny, tutti argomenti invisi al Cremlino.

Ci sono altri fattori che giocano contro la russofilia di Orbán, tra cui l’alta probabilità che l’Occidente rafforzi il fronte comune contro Mosca e le fronde domestiche che osteggiano la sua linea. C’è anche il decrescere della popolarità di Vladimir Putin, tra le fonti prime della sua aggressività estera appena manifestata con lo spiegamento di forze al confine con l’Ucraina; secondo l’Economist è volta ad aumentare la sua popolarità domestica osteggiata dalle proteste pro-Navalny e dal suo pugno di ferro nel rispondere a queste.

Ad ogni modo, le ragioni per continuare a tifare il Cremlino stanno diminuendo a vista d’occhio. Se n’è accorto pure Matteo Salvini, alleato di Orbán e altra storica voce occidentale pro-Russia (e un tempo fautore dell’alleanza tra la Lega e il partito di Putin, Russia Unita). Ne è prova l’inversione a U, ossia la condanna alla Russia sul fronte dei diritti umani portata avanti dal capo degli europarlamentari leghisti Marco Zanni.

Per ora Orbán, all’alba del suo terzo mandato dopo una vittoria schiacciante (e attentamente preparata), pare fermamente convinto della propria posizione filorussa, esplicitata nella sua “apertura all’Oriente” espressa in campagna elettorale. Rimane da vedere se la linea magiara rimarrà sostenibile a fronte del decoupling in corso tra Oriente e Occidente.

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