L’Italia sta dando peso alla Libia come punto di lancio della propria proiezione internazionale. E trova un momento ottimale: la stabilizzazione in corso a Tripoli (su cui può guidare le dinamiche Ue) e il rinnovato interessamento americano

Se è vero, come è vero, che il primo viaggio all’estero del presidente del Consiglio Mario Draghi – a Tripoli, in Libia – è indicativo della volontà dell’attuale governo italiano di dare un cambio di passo sulla prioritarizzazione dei dossier di affari internazionali, allora è altrettanto vero che il recente giro di nomine tra le principali strutture dell’esecutivo diventano di questo una conferma.

Di più, una rassicurazione su una volontà: la Libia è da sempre da considerare come il trampolino per la proiezione politica internazionale dell’Italia. Dossier complesso, un test per le capacità di Roma di muovere le leve della geopolitica, che trova nel Nordafrica una naturale sponda sull’altro lato del Mediterraneo. Non solo immigrazione, chiaramente questione di sicurezza nazionale, ma diverse tipologie di interessi che riguardano come detto la sfera di influenza italiana.

È per tale ragione che la nomina alla guida del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, il Dis al top della gerarchia dell’intelligence, di una diplomatica di lungo corso e di comprovata capacità come Elisabetta Belloni diventa un segnale. Un messaggio cruciale. Belloni ha gestito dalla Farnesina – dov’era segretaria generale – il dossier libico: lavoro portato avanti di pari passo con l’Aise, in perfetta sinergia col direttore Gianni Caravelli, grande conoscitore delle dinamiche libiche. Ai vertici della struttura va dunque una funzionaria esperta che conosce approfonditamente i risvolti di un fascicolo prioritario.

E non solo. Abbinato a questo incarico troviamo la nomina di Pasquale Ferrara alla direzione degli Affari politici del ministero degli Esteri. Ossia colui che alla Farnesina gestirà tutti i temi più importanti è un profondo conoscitore della regione Nordafrica-Mediterraneo, già ambasciatore in Algeria e recentemente nominato inviato speciale per la Libia. Tra l’altro, ruolo quest’ultimo che verrà occupato da Nicola Orlando, che dopo essersi fatto le ossa in Afghanistan era già stato vice Capo missione dell’ambasciata italiana di Tripoli, poi alla guida della sede di Pistrina, e ora tornerà a guidare il dossier libico. Non dimenticando il grande lavoro svolto negli ultimi anni dal nostro Ambasciatore a Tripoli Giuseppe Buccino che va a completare la squadra.

L’attenzione italiana alla Libia si porta dietro l’interessamento europeo. Durante una visita di venerdì 28 maggio (che arriva a due giorni dal viaggio del premier libico Abdelhamid Dabaiba a Roma), il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha sottolineato come l’Ue intenda creare con la Libia una forma di partnership strategica. Meccanismo che con ogni probabilità sarà sotto guida italiana, dimostrazione di come in tutti questi anni l’Italia abbia rafforzato la sua influenza e il suo ruolo attraverso un atteggiamento equilibrato.

Aspetti che per altro in questo momento si incastrano con due fattori. Il primo è la necessità di stabilizzazione e dunque lanciare lo sviluppo del Paese anche come forma di bilanciamento regionale (si vedano le dinamiche innescate con la Tunisia, per esempio); fase in cui, come ricordato dall’ambasciatore Omar Tarhuni su queste colonne, l’Italia e la Libia non sono mai state così vicine. Il secondo, altrettanto importante, riguarda un aumento dell’attenzione statunitense alla questione libica. Washington ha mosso le carte: ha nominato un inviato speciale, ha spostato un vice segretario in visita a Tripoli, dove adesso intende riaprire l’ambasciata.

Tutti elementi che mancavano da anni (almeno dal 2014) e che testimoniano come gli Stati Uniti di Joe Biden abbiano intenzione di dare alla Libia maggiore attenzione, probabilmente comprendendo – come da prioritarizzazione italiana – che il dossier non è interessante solo in sé, ma perché parte di un contesto ampio, il Nordafrica il Mediterraneo il Sahel, che è cruciale per la stabilità dell’Europa, per il controllo di alcune attività terroristiche, per la competizione strategiche con potenze rivali come Russia e Cina. Su questo Roma e Washington sono perfettamente sinergiche.

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