Cosa lega l’annuncio della guida per l’Italia della missione Nato in Iraq, la nuova veste del Comando operativo di vertice interforze e la prima direttiva per la politica industriale della Difesa? La convinzione della centralità del settore per il posizionamento globale del Paese. Ecco perché

C’è un tassello della politica estera italiana spesso sottovalutato dai grandi riflettori. È la politica di Difesa, intesa nella sua accezione più ampia, capace di consolidare il ruolo internazionale dell’Italia nei tavoli che contano, di tutelare gli interessi nazionali in aree molto complesse e di garantire importanti ritorni per l’economia del Paese, tra occupazione qualificata ed eccellenze tecnologiche. Lo dimostrano le notizie della settimana che hanno coinvolto il mondo della Difesa.

La prima ad arrivare, lunedì, è stata l’ufficializzazione del comando per il rafforzato impegno della Nato in Iraq. Inizierà a maggio del prossimo anno, al termine del mandato danese, quando le forze combat degli Stati Uniti avranno già lasciato da diversi mesi il Paese. Il ritiro americano era previsto da tempo, concordato con Baghdad e con gli alleati della Nato che, sin dal 2019, hanno deciso di procedere con il potenziamento della missione comune dedicata a “consulenza, addestramento e sviluppo di capacità non di combattimento”. L’Italia sarà protagonista, non per velleitarismo, ma per precisi interessi nazionali, di sicurezza ed economici, visti i numerosi legami con l’Iraq, le prospettive di collaborazione e l’approvvigionamento energetico. Per questo il ministro Lorenzo Guerini, che ha seguito e promosso la candidatura italiana, ha accolto con “soddisfazione” l’ufficialità del comando.

Non era affatto scontato e non sarà un compito da poco, sia per gli aspetti operativi, sia per i ritorni politici che potrà garantire. D’altra parte, la partecipazione alle missioni Nato è la carta più rilevante che l’Italia può spendere a Bruxelles. Dopo il vertice del Galles nel 2014, ciò rientra nel termine “contribution”, la terza “c” che affianca il “cash” e la “capability”, cioè le risorse da investire nella Difesa (tra cui la fatidica soglia del 2% del Pil). È proprio il peso del “contribution” che ha permesso all’Italia di evitare le maggiori strigliate di Trump sul “cash” negli scorsi quattro anni, bilanciando di fatto le difficoltà sul fronte della spesa con gli impegni all’estero.

Eppure, è intuibile il legame tra “cash”, “capability” e “contribution”, cioè tra gli investimenti nel settore e la capacità di esprimere competenze credibili all’estero. Soprattutto nel mondo di oggi, complicato dalla pandemia e dominato dal confronto internazionale sulle nuove tecnologie.

Per questo, le capacità tecnologiche (e industriali) entrano a pieno diritto tra le componenti essenziali della politica di Difesa. Ciò è finalmente certificato da una direttiva ministeriale, emanata ieri da Guerini, la prima dedicata alla politica industriale del settore. Il documento è ambizioso negli obiettivi (un support all’export più efficiente, finanziamenti di lungo periodo, dialogo strutturato con ricerca e industria) e chiaro nella premessa: “una base industriale solida e tecnologicamente avanzata a supporto dello strumento militare non costituisce soltanto una leva economica, ma assume una valenza geostrategica per il Paese, a tutela della sua sovranità tecnologica”.

L’obiettivo della direttiva è dunque l’istituzione di un “sistema Difesa” integrato, a servizio del Paese, in grado di sostenere la modernizzazione delle Forze armate e preservare le eccellenze dell’industria. Non sfugge al tema degli investimenti, notando l’esigenza di “una pianificazione finanziaria funzionale alla realizzazione di programmi strategici di medio-lungo periodo”, per la quale prevede maggiori sinergie con il Mise. Sul tema la notizia è arrivata la scorsa settimana, quando Guerini ha fatto visita al Mise di Giancarlo Giorgetti. I due hanno istituito un tavolo congiunto per una “strategia comune di rilancio”, dando così spinta alla piena integrazione della politica industriale della Difesa nell’ambito della più generale politica industriale del Paese.

L’esigenza è particolarmente forte ai tempi del Covid-19 e del Pnrr, che chiede alle eccellenze nazionali di partecipare alla ripresa e resilienza del Paese. Dal settore della Difesa può arrivare un contributo importante sui temi dell’innovazione tecnologica, come dimostrano le mosse degli ultimi mesi dei due campioni nazionali, Leonardo e Fincantieri, tra cloud e Industria 4.0. A dare sostanza delle potenzialità sono arrivate ieri le semestrali, con numeri rilevanti dopo il primo e difficile anno segnato dalla pandemia (per il Gruppo di Trieste le navi militari hanno registrato un +26,4% nei ricavi).

Impossibile slegare tutto questo dal comparto puramente militare, che alimenta l’esigenza di stare sulla frontiera tecnologica, dovendo rispondere ai bisogni di clienti esigenti (le Forze armate) chiamati ad anticipare il futuro. E il futuro si preannuncia incerto, denso di sfide e di minacce, con contesti operativi a crescente complessità. Guida autonoma, intelligenza artificiale, ipersonica e 5G sono temi ricorrenti nelle pianificazioni militari delle grandi potenze. Non senza qualche preoccupazione per il grado di avanzamento raggiunto dai concorrenti, gli Stati Uniti stanno guidando l’evoluzione dei concetti operativi verso il “multi-dominio”, superamento della logica interforze, frutto dell’interconnessione costante tra tutti i domini operativi.

Anche l’Italia non è da meno. Da lunedì scorso, sulla base del Concetto strategico del capo di Stato maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli, è operativo il nuovo Comando operativo di vertice interforze, rimodulato con la nuova sigla, da “Coi” a “Covi”. Alla guida resta il generale Luciano Portolano, con una stella in più, la quarta, come per i capi di Forza armata. Dietro il cambio di sigla c’è infatti di più. Il Covi sarà punto di raccordo di tutte le componenti operative della Difesa, compresi i nuovi comandi cyber (Cor) e spaziale (Cor), aumentando coordinamento e capacità. Seguirà anche la nuova missione in Iraq, rispondente a interessi più che rilevanti all’interno della cosiddetta aerea del “Mediterraneo allargato”.

Ancora una volta si completa lo schema. Se il Paese vuole contare negli scenari di interesse, deve investirvi peso politico e diplomatico, ma anche annesso impegno militare. Perché sia credibile (e permetta poi di passare all’incasso con gli alleati) deve avere concetti idonei agli scenari attuali (e futuri) e dotazioni conformi alle esigenze operative. Da qui, nasce l’esigenza di investire nell’ammodernamento militare, di valorizzare la capacità industriali e di sfruttarle anche per la ripresa dell’economia nazionale. Non una possibilità, ma un’esigenza.

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