Il piano B3W concordato al G7 non basta, scrivono tre esperti Usa. Serve un piano Marshall digitale per rispondere alla Via della Seta cinese. Tutti i dettagli della proposta

Nelle ore in cui il Consiglio affari esteri chiedeva alla Commissione europea di predisporre, entro la primavera prossima, una lista di “progetti evidenti e di forte impatto” per contrastare la Via della Seta cinese, sul quotidiano statunitense The Hill appariva un editoriale dal titolo eloquente: “Gli Stati Uniti hanno bisogno di un piano Marshall digitale per contrastare la Via della Seta digitale della Cina”.

A firmarlo Orit Frenkel, cofondatore e amministratore delegato dell’American Leadership Initiative, con un passato all’Ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti; Kent Hughes, già direttore del programma America ed economia globale al Woodrow Wilson Center ed ex vicesegretario al Commercio; e Jennifer A. Hillman, senior fellow del Council on Foreign Relations e docente alla Georgetown University.

“Un’occasione da non sprecare”, scrivono sottolineando come pandemia (con essa le preoccupazioni per le catene di approvvigionamento e produzione nazionale), rivoluzione digitale e sfida tecnologica con la Cina abbiamo accelerato una “nuova attenzione alla competitività”. Inoltre, mettono in risalto il fatto (già più volte sottolineato su Formiche.net) che “una delle poche questioni su cui il Congresso e l’amministrazione sembrano concordare è l’importanza di mantenere la leadership americana nelle tecnologie critiche come parte di una visione allargata della sicurezza nazionale”.

Da una parte c’è la Cina, che con la sua Via della Seta digitale (Digital Silk Road) da 200 miliardi di dollari e in crescita penetra nei mercati dei Paesi a medio reddito e in via di sviluppo rafforzando così la sua posizione globale per dettare gli standard tecnologici al fine di favorire i suoi prodotti.

E dall’altra? L’iniziativa Build Back Better World annunciata al G7 di Carbis Bay, in Cornovaglia, “ha le giuste ambizioni ma non è sufficiente”, sostengono i tre esperti. Non bastano neppure i 100 miliardi di prestiti di cui può disporre la International Development Finance Corporation, la banca di sviluppo statunitense. Difficile inquadrare in questo scenario le richieste del Consiglio affari esteri dell’Unione europea, specie alla luce di due elementi: non si parla ancora di cifre mentre la Banca mondiale stima il fabbisogno infrastrutturale globale in 18 trilioni di dollari.

Ecco la proposta dei tre esperti statunitensi, che sembra conferma che gli Stati Uniti sono decisi a passare dal bastone di Donald Trump (esempio: divieti sul 5G) alla carota di Joe Biden (aiuti agli alleati ma non soltanto): “Per presentare un’alternativa credibile alla Cina, gli Stati Uniti dovrebbero lanciare un piano Marshall digitale per fare dello sviluppo delle telecomunicazioni, di internet e della tecnologia d’avanguardia ciò che il piano Marshall originale fece per ricostruire un mondo devastato dalla guerra”. Per questo, continuano, “i leader del G7 dovrebbero lavorare insieme, e con la Banca mondiale, per creare un’alternativa forte e ben finanziata alla Via della Seta digitale della Cina”.

Anche il Congresso deve fare la sua parte. Deve “dedicare risorse sufficienti allo sforzo per garantire che gli Stati Uniti e i loro alleati possano offrire ai Paesi in via di sviluppo un piano Marshall digitale fondato sui valori democratici di apertura, trasparenza e responsabilità”, concludono confidando nel clima bipartisan che regna a Washington sui temi legati alla Cina.

La proposta di un piano Marshall digitale fu lanciata, con focus sul 5G, a fine 2020 dai deputati Ruben Gallego e Vicky Hartzler in un rapporto per l’Atlantic Council (pubblicato in italiano nell’edizione 164 della rivista Formiche). “A partire dal 2021 gli Stati Uniti dovrebbero mettersi alla guida di un piano Marshall digitale per gli alleati della Nato con l’obiettivo di mettere in sicurezza i sistemi nazionali di comunicazione 5G”, scrivevano. “Prendendo in prestito il concetto di ‘nazioni quadro’, utilizzato con successo dalla Nato, gli alleati con Reti digitali vulnerabili dovrebbero essere raggruppati insieme a quelli che invece sono all’avanguardia nel settore, per trovare nuovi modi per finanziare alternative”, continuavano. Perché, concludevano “mettere insieme le democrazie e dispiegare il grande potere che deriva da questa unione di forze è una specialità della Nato e consente di superare sfide che a ognuno, da solo, sembrerebbero insormontabili”.

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