Accuse e critiche, falle di intelligence e compromessi. Americani e europei hanno letture diverse sul ritiro dall’Afghanistan

Secondo una indiscrezione fatta uscire in esclusiva sulla Reuters, in una telefonata del 23 luglio il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, aveva chiesto all’omologo afghano, Ashraf Ghani, di aggiustare un problema di percezione attorno all’avanzata dei Talebani. “Non ho bisogno di dirvi che la percezione in tutto il mondo e in alcune parti dell’Afghanistan, credo, è che le cose non stiano andando bene in termini di lotta contro i Talebani”, diceva Biden secondo la trascrizione passata velenosamente all’agenzia: “C’è bisogno, che sia vero o no, c’è bisogno di proiettare un’immagine diversa”.

La questione era di comunicazione, di percezione appunto? Certo che no, ma il presidente americano ripeteva in privato all’afghano quanto già detto pubblicamente: “Hai chiaramente i migliori militari”, diceva a Ghani. “Hai 300mila forze ben armate contro 70-80mila che sono in grado di combattere bene”. Giorni dopo, l’esercito afghano avrebbe iniziato a radunarsi attorno ai capoluoghi di provincia, cedendo via via territorio fino alla resa: i Talebani hanno conquistato il paese quasi senza combattere, sono entrati a Kabul il 15 agosto, ossia a distanza di una ventina di giorni dalla telefonata arrivata dallo Studio Ovale.

Le parole del leader americano indicano che non prevedeva la massiccia insurrezione e il crollo totale che sarebbero avvenuti 23 giorni dopo, fa notare la Reuters: “Continueremo a combattere duramente, diplomaticamente, politicamente, economicamente, per assicurarci che il tuo governo non solo sopravviva, ma sia sostenuto e cresca”, diceva Biden. È un altro colpo duro sul ritiro, attorno a cui il presidente statunitense ha costruito diversi discorsi pubblici, ma su cui pesano critiche. Si contestano errori di valutazione e analisi, e non sono soltanto le spifferate dalle agenzie e le prese di posizione di politici e ufficiali in congedo che arrivano dall’interno degli Usa, ma anche gli alleati americani prendono posizioni severe.

Il Financial Times ha pubblicato martedì un articolo in cui raccoglieva una testimonianza eccezionale: un ufficiale dell’intelligence francese descritto come “senior” fa sapere che il problema sull’Afghanistan non ha riguardato le informazioni a disposizioni, ma l’analisi. La Francia ha previsto la caduta rapida di Kabul già da mesi non perché sapeva qualcosa in più degli Stati Uniti (di questo sono stati accusati i francesi, di eccezionalismo anche in questo caso), ma perché aveva analizzato i dati in maniera più corretta. Qui il termine “corretta” non riguarda solo la bontà della valutazione, ma anche le sovrastrutture mentali che hanno pesato sugli analisti e su chi ha guidato i report all’interno delle strutture americane. Anni e anni di coinvolgimento hanno avuto un carico nelle valutazioni?

Mentre a Parigi si è avuta una visione più laica di quanto sarebbe successo con il ritiro occidentale dall’Afghanistan – ossia che il paese sarebbe subito caduto in mano ai Talebani – su Washington hanno pesato il rapporto ventennale con le forze armate di Kabul, i miliardi di dollari investiti nel buon esito dell’operazione post 9/11 e il successivo tentativo di nation building, “l’ingombrante” (così lo chiama FT) sistema di intelligence. Ossia, tutti questi parametri avrebbero reso – per volontà o in modo inconscio – la valutazione analitica sul destino afghano meno tecnica, meno oggettiva. “Sono stati differenti gli analisti, perché quando l’America ha deciso di lasciare noi abbiamo subito preso in esame lo scenario peggiore”, spiega al giornale inglese l’ufficiale francese.

Normalmente questo genere di commenti restano chiusi dentro alle porte di incontri riservati, ma se Parigi parla è anche perché il clima è un po’ teso su quanto accaduto. Vedere quel che ha detto l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell alla francese AFP: “Mi dispiace molto per come sono andate le cose, ma nessuno ha chiesto il parere degli europei”. Scricchiolii nelle relazioni transatlantiche che riguardano anche il rapporto di Washington con Berlino e Londra.

Non che sia in discussione la comunione totale tra Stati Uniti e Ue, nonostante si sia tornati a parlare con insistenza di difesa comune e autonomia strategica europea. Non che sia in ballo il destino della Nato, spiega riservatamente un diplomatico europeo, ma “la vicenda afghana impone una riflessione”. Di questa “riflessione” si parla da settimane.

Non aiuta nemmeno che esca la notizia, via CNN, di un accordo segreto negoziato dai militari americani con i talebani, ai quali è stato affidato l’incarico di scortare gruppi di americani — solo americani, a quanto pare — all’aeroporto di Kabul. Tutto mentre Londra e Parigi si battevano per creare una safe-zone attorno allo scalo. E non ha nemmeno aiutato che al vertice del G7 della scorsa settimana, in piena emergenza evacuazione, Washington si sia presentata col pacchetto ritiro già deciso durante una riunione – anche quella teoricamente segreta, poi passata ai media – tra il direttore della Cia e il capo dei Talebani. La date decisa era il 31 agosto, nonostante alcuni paesi europei proponessero di allungare un po’ i tempi.

A discolpa tecnica della fretta americana c’è il rischio sicurezza, come l’attentato dell’Isis-K del 26 agosto, e i successivi tentativi, hanno dimostrato. A discolpa sulle valutazioni c’è il contesto stesso talebano. L’organizzazione che ora si impone come statualità a Kabul non solo non ha controllo territoriale completo, ma non ha nemmeno un controllo interno adeguato. I Talebani sono divisi, le fazioni hanno punti di vista (da sempre) molto diversi. Non che gli analisti delle intelligence occidentali non ne fossero a conoscenza, ma a quanto pare c’è stato uno scatto in avanti fatto dalla componente dell’Est, quella connessa alla rete terroristica Haqqani, che è voluta entrare a Kabul senza aspettare i notabili (più pragmatici e potenti) del Sud. In mezzo a questa competizione per chi sarebbe arrivato prima (al potere) le valutazioni possono aver subito alterazioni?

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