Aumentano le voci (consistenti) su un prossimo accordo tra Riad e Gerusalemme per portare nelle basi aere del regno (usate dagli americani) i sistemi di difesa aerea Made in Israele. Un accordo a tre in cui tutti ci guadagnano

Le dinamiche dell’industria militare spesso raccontano questioni di politica internazionale ampie. È il caso dei sottomarini australiani e dell’accordo Aukus (che ha fatto infuriare la Francia), vale lo stesso per i rumors pubblicati su Breaking Defense a proposito di futuri missili anti-aerei israeliani in Arabia Saudita. Qualcosa di cui si parla da un po’, che adesso diventa “pratico” come riportato nelle spifferate fatte arrivare alla stampa tecnica.

La storia è questa: Israele potrebbe fornire protezione aerea all’Arabia Saudita, partendo dalle basi che ospitano gli americani. Gli Stati Uniti hanno rimosso alcune batterie Patriot dalle basi saudite (ci sono ricostruzioni di immagini satellitari che riguardano per esempio la Prince Sultan AB da cui è stato spostato anche il THAAD) per posizionarle altrove – in Australia prima di tutti. È frutto della prioritarizzazione che Washington sta dando ad altri dossier rispetto a quello mediorientale.

In sostanza gli Usa stanno aumentando gli sforzi per posizionarsi nell’Indo Pacifico, che è il grande quadrante geopolitico in cui intendono avviare il contenimento della Cina. Nel frattempo cercano di mantenere attiva l’architettura di sicurezza costruita negli altri teatri, in particolare in Medio Oriente stanno catalizzando un sistema di dialoghi e contatti volti a trovare un sostanziale e generale equilibrio.

Davanti a questo, la possibilità che batterie missilistiche dell’Iron Dome o del Barak Er possano sostituire i Patriot nelle basi saudite usate dagli americani vale molto di più del contesto tecnico e tattico: ha valore strategico. A poche settimane dall’anniversario degli Accordi di Abramo, Washington spinge una normalizzazione de facto tra Israele e Arabia Saudita.

Quest’ultima non può (e probabilmente mai potrà) accettare un’apertura totale delle relazioni nei confronti dello stato ebraico, un tempo nemico concettuale. Non può farlo perché occupa un ruolo troppo centrale nel mondo sunnita e musulmano in generale (custodisce i luoghi sacri dell’Islam), ma è portata a doverlo fare perché occupa un ruolo altrettanto importante nella geopolitica regionale.

Riad è, dopo Gerusalemme, il principale alleato americano nell’area e principale rivale dell’Iran; contemporaneamente Arabia Saudita e Israele formalmente per lungo tempo non si sono parlate (o lo hanno fatto poco). Gli americani intendono gestire questo doppio equilibrio aprendo un canale di contatto ulteriore che ruota attorno a un tema caro a entrambi: la difesa e la sicurezza.

È parlando di certe questioni che funzionari dell’intelligence israeliana e saudita hanno – in forma meno pubblica – mantenuto alcuni contatti costanti, che attualmente stanno crescendo di intensità e consistenza.

D’altronde, c’è un nemico comune – l’Iran, appunto – e un catalizzatore amico, gli Stati Uniti, a favorire un avvicinamento. Che non sarà formale come successo con i Paesi firmatari degli Accordi di Abramo, ma avrà comunque un valore fattuale. La collaborazione militare è sempre stata un veicolo nelle relazioni tra Israele e i Paesi arabi, ma in questo caso torna a essere importante anche l’aspetto tecnico – ne dà concretezza.

Il sistema di difesa aerea israeliano è una tecnologia avanzata che farebbe segnare un salto di qualità nelle relazioni. Tanto più se si considera che i sauditi useranno quelle batterie per difendersi da potenziali attacchi degli Houthi – la milizia che ormai controlla lo Yemen e che costantemente lancia attacchi aerei contro Riad. Le batterie americane erano state installate dopo gli attacchi yemeniti/iraniani del settembre 2019, quelli che avevano messo in crisi il petrolio saudita e il commercio globale del greggio. Ora a gestire la difesa aerea degli impianti del regno potrebbero essere armi israeliane.

Sotto alla linea strategica ci sono altre accezioni di quanto sta accadendo, su tutte la revisione in corso sui rapporti tra Arabia Saudita e Stati Uniti (il trattamento del caso Khashoggi, la ricomposizione del vecchio schema di dialogo, e una serie di passaggi minori, non ultima la cancellazione last minute della visita a Riad del capo del Pentagono). Da questi rapporti dipende una revisione generale sulla gestione degli equilibri in Medio Oriente. Washington ha scelto Israele come viceré, e lo conferma il peso che l’amministrazione Biden sta dando agli Accordi di Abramo, intesa targata Donald Trump.

D’altronde, l’alternativa era pessima per gli Usa: da anni Riad discute con Mosca l’acquisto degli S-400, sistema di modernissima concezione che però mal si sposerebbe con la presenza di basi e assetti americani nella Penisola Araba. La decisione allinea necessità e interessi tattici e strategici; tutti e tre gli attori in campo ci guadagnano, rafforzando nell’immagine e nei fatti un’alleanza o una partnership già sufficientemente solida.

I sauditi ottengono di mantenere alto il livello di protezione del proprio territorio, gli americani mantengono attivo il ruolo di protettori, gli israeliani diventano i partner principali di due potenze (una globale, una regionale) sfruttando il bisogno di entrambe.

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