Sono sempre di più le banche e le società americane e internazionali che scelgono di siglare partnership con le piattaforme di pagamento Alipay e WeChat, spinte dalle commissioni estremamente vantaggiose. Ma per ogni dollaro risparmiato c’è un pezzo di privacy che se ne va

A qualcuno piace il Fintech. Cinese. Nei mesi in cui le autorità di Pechino hanno demolito un pezzo alla volta una delle industrie più floride della Repubblica Popolare (tutto è cominciato, un anno fa, con l’entrata a gamba tesa nell’Ipo di Ant, braccio finanziario di Alibaba, mandando in fumo una delle maggiori quotazioni di sempre), la finanza americana si scopre ancora volta attratta dalla tecnologia cinese, in particolare da pagamenti e transazioni. Certo, come raccontato di recente su Formiche.net non è la prima volta che le grandi istituzioni finanziarie americane guardano alla Cina: Goldman Sachs e BlackRock che si candidano a gestire parte del risparmio cinese sono emblematici. Ma stavolta la posta in gioco è più alta.

Complici le commissioni al di sotto del mercato e per questo ultra-competitive, stanno entrando in gioco le app di pagamenti dei colossi del Fintech quali Alibaba e WeChat (gruppo Tencent). Al punto, racconta Foreign Policy, “da spingere niente meno che Jp Morgan ad annunciare di voler collaborare con Alipay, la piattaforma di pagamenti di Alibaba”. Fin qui potrebbe sembrare puro e semplice libero mercato, figlio di un mondo globalizzato. Il problema però è la sicurezza dei dati. “Questi accordi tra operatori finanziari americani e piattaforme cinesi consentono al governo di Pechino di avere potenzialmente accesso a un enorme volume di dati”.

La preoccupazione è fondata. Perché tra i vari attacchi sferrati al Fintech, i regolatori cinesi non hanno mancato di introdurre obblighi sempre più stringenti in materia di condivisione di dati. Gli immani patrimoni di Alibaba e We Chat sono in altre parole progressivamente stati espropriati dal governo, come dimostra l’operazione di pochi mesi fa, quando la Banca centrale cinese Pboc ha dall’oggi al domani messo le mani sui database di Ant. E così, “un pagamento per il caffè, per generi alimentari e altre necessità quotidiane potrebbe diventare un rischio per la sicurezza nazionale”.

Due anni fa, ricorda Foreign Policy, Barclaycard, branch dei pagamenti di Barclays, quarto gruppo bancario inglese, “ha annunciato di stare collaborando con Alipay per aiutare i commercianti del Regno Unito ad aumentare le vendite grazie al boom del turismo cinese. Le stesse Alipay e WeChat Pay hanno già circa 1 miliardo di utenti ciascuno, principalmente nei paesi asiatici”. L’anno scorso, poi, “Alipay e WeChat Pay hanno avviato una partnership con l’operatore di negozi duty free Dufry in Italia. E il mese scorso, JpMorgan Chase, che non è solo una banca di investimento ma il principale fornitore di pagamenti con carta di credito negli Stati Uniti, ha annunciato che avrebbe collaborato con Alipay per facilitare gli acquisti online su Alibaba.com, il sito di shopping online. Ciò significa che gli acquisti dei consumatori statunitensi passano oggi attraverso piattaforme di pagamento cinesi”.

Commercianti e imprese ci guadagneranno forse in minori commissioni pagate su ogni transazione, ma forse perderanno qualcosa di più importante. “Alipay raccoglie informazioni sulla salute e la forma fisica, posizione, contatti, cronologia di ricerca e navigazione, e WeChat Pay raccoglie dati simili. In altre parole, se Pechino vuole avere un quadro dettagliato delle persone e delle loro abitudini in un determinato Paese, tutto ciò che deve fare è chiedere alle società cinesi i dati di quelle persone. In questo modo Pechino può raccogliere dati sensibili e personali di cittadini in ogni parte del mondo senza ricorrere a mezzi illegali”. Il gioco vale la candela?

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