Tra i problemi e i rischi, la Conferenza di Parigi ha offerto ai libici un’alternativa possibile. Anche grazie al ruolo svolto dall’Italia. Conversazione con Alessia Melcangi, docente di Storia contemporanea del Nord Africa e del Medio Oriente alla Sapienza di Roma e non-resident fellow dell’Atlantic Council

Secondo Alessia Melcangi, docente di Storia contemporanea del Nord Africa e del Medio Oriente alla Sapienza di Roma e non-resident fellow dell’Atlantic Council, la Conferenza internazionale sulla Libia che si è tenuta ieri a Parigi ha avuto un bilancio positivo, sebbene siano visibili risvolti simili a quelli che hanno caratterizzato le riunioni precedenti. Il riferimento va ai vari summit che ci sono stati già nella capitale francese, ma anche a Palermo, Abu Dhabi e per due volte a Berlino: alle riunioni e ai buoni auspici non sempre sono seguiti risultati positivi, “perché spesso erano distanti dalla realtà libica”, spiega.

C’è però un elemento che Melcangi sottolinea: “L’Italia è uscita con un posizione certamente rafforzata. Possiamo dire che la conferenza alla Maison de la Chimie (Il centro congressi poco distante dall’Eliseo in cui i leader si sono riuniti, ndr) è stata un successo per il presidente [Mario] Draghi, perché è stato in grado di trovare mediazione e spazi in un consesso che era stato convocato dalla Francia con l’idea solita di fare da arbitrer”.

La ritrovata unità di intenti tra Francia e Italia, con la sponda tedesca, è stato un fattore sottolineato durante la conferenza stampa sia dal presidente del Consiglio Draghi che dal francese Emmanuel Macron. I quattro pilastri per la Libia del premier italiano – elezioni, sicurezza, economia e diritti umani – sono ormai le priorità europee per gestire il delicato percorso di stabilizzazione in cui la Libia si è inserita con il cessate il fuoco del 23 ottobre 2020, come hanno dimostrato le dichiarazioni dell’Alto rappresentante Josep Borrell. Una centralità italiana su un dossier altamente strategico per Roma e per il ruolo di Roma nel Mediterraneo allargato.

La docente della Sapienza condivide con Draghi la posizione sulle elezioni, “si devono tenere, perché non c’è un’altra forma di uscita dal pantano”. Dai corridoi di diversi governi occidentali esce però una valutazione: sia che si voti sia che non si voti ci sono degli elementi pericolosi. È così? “Sì, è vero, i rischi ci sono: è chiaramente pericolosa la potenziale non accettazione del risultato da parte degli sconfitti, ma i libici hanno bisogno di vedere davanti a loro che un’altra via è possibile, che esiste una soluzione politica a una crisi che dura da anni. L’assenza del voto sarebbe disastrosa. Diventerebbe un’opportunità per tutti gli attori di sfruttare la situazione, aggravando la già presente divisione istituzionale”.

Quali sono i problemi della Libia? “Il primo in questo momento è la complicatissima questione della cornice legale e giuridica all’interno della quale dovrebbero svolgersi le elezioni di dicembre – risponde Melcangi alludendo alla legge elettorale per le elezioni presidenziali e parlamentari, ancora non definita – e poi c’è il ritiro dei mercenari e delle forze straniere, disatteso fino ad ora sia dai turchi che dai russi, che hanno numerosi contingenti sul territorio. E ancora, la divisione della Banca centrale e le difficoltà nella distribuzione dei proventi della National Oil Corporation. È su questo che la conflittualità interna tra i vari gruppi di potere in Libia si innesca, si esaspera”.

Un aspetto molto interessante quando si parla di Libia è che spesso si tira in ballo il concetto di proxy war, ossia lo scontro per procura tra i vari attori regionali che usano il dossier come sfogo (nel caso, la Turchia e in parte il Qatar da un lato, e l’Egitto, gli Emirati con la Russia dall’altro). Questo allontana in parte da una realtà: gli attori libici sono molto attivi e sono molto forti nel difendere i propri interessi indipendentemente dalle volontà esterne. E dunque, la domanda è questa: riunioni come quelle di Parigi sono inutili?

“No, perché serve che un percorso internazionale sia seguito, che si minaccino sanzioni (come fatto ieri contro chi ostacolerà il percorso del voto, ndr) e che si invitino gli attori interni e i player esterni a confrontarsi. Ciò non toglie però che spesso la realtà si è rivelata molto diversa, indipendente e disconnessa, e si sviluppano logiche locali che sfuggono a proiezioni e previsioni”, spiega Melcangi.

“Non vi è una soluzione che assicura a oggi un’uscita dal pantano libico – continua – anzi, le opzioni sul tavolo sono tutte molto scivolose e rischiose anche perché si è innescato uno scontro istituzionale tra Consiglio presidenziale e governo, tra Parlamento HoR e Consiglio di Stato. Un esempio è il duro braccio di ferro tra il Consiglio presidenziale e il governo sulla ministra degli Esteri, Najla Al-Mangoush, prima sospesa dalle sue funzioni e sottoposta a divieto di viaggio per violazioni amministrative e poi reintegrata dal premier Abdul-Hamid Dbeibah (tanto che ieri ha partecipato al bilaterale con l’Italia, ndr)”.

Per Melcangi, l’obiettivo di chi fomenta questi scontri è allungare la vita dell’unico organo legislativo, la Camera dei Rappresentanti (HoR secondo l’acronimo internazionale), “allontanando le elezioni o realizzandole secondo una legge che verrà contestata, e quindi di fatto ne annullerà la valenza”.

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