Sull’Ucraina la Russia alimenta una narrazione preoccupante che ricorda quella sulla Crimea. Mosca dipinge la possibile invasione come una guerra patriottica di difesa contro i nemici che la accerchiano

Secondo quanto dichiarato da Sergei Shoigu durante un incontro al ministero della Difesa russo (che dirige), nella provincia di Donetsk ci sarebbero 120 contractor americani che avrebbero spostato nelle città di Avdiivka e Krasny Liman dei camion contenenti sostanze chimiche non identificate da utilizzare per una provocazione contro Mosca. Shoigu lascia intendere che potrebbe essere inscenato un attacco chimico nel Donbas, la regione dell’Ucraina orientale dove dal 2014 i ribelli separatisti sono aiutati dalla Russia nella guerra di indipendenza contro Kiev. Un’operazione false flag componente delle guerre ibride – tanto quanto la propaganda informativa.

Non esistono prove di nessun genere a proposito di quello che dice il ministro russo, il Pentagono smentisce tutto, ma la dichiarazione va registrata sia perché arriva da un importante putiniano, leader di governo di una potenza nucleare, sia perché racconta di come il Cremlino stia costruendo una contro-narrativa davanti alle accuse di Stati Uniti, Unione Europea e Nato riguardo all’aumento di truppe ammassate lungo i confini ucraini. Artiglieria, unità di difesa aerea, carri armati, attrezzature per la posa di ponti, sminatori, escavatori corazzati, attrezzature di ingegneria, rifornimento di carburante, enorme quantità di logistica: un dispiegamento su cui anche recentemente il segretario di Stato statunitense, Antony Blinken, è tornato parlando della reale possibilità di un’invasione.

“Chiediamo alla Russia di smettere di usare una retorica falsa e infiammatoria e di adottare misure significative per allentare le tensioni e creare un’atmosfera positiva per le discussioni”, ha commentato il portavoce della diplomazia americana, riferendosi a una serie di contatti in corso tra Mosca, Washington e Bruxelles (inteso più come sede Nato che Ue) che passano dalla necessità di trovare una forma di de-escalation in Ucraina orientale, o meglio all’evitare un’escalation, e arrivano al quadro generale dei rapporti Usa-Nato-Russia. Contatti culminati con l’incontro in videoconferenza tra Joe Biden e Vladimir Putin di inizio mese, ma proseguiti anche in queste settimane successive.

Sono state minacciate sanzioni pesanti (non una risposta militare), si è parlato di nuove armi inviate a Kiev, si è messo in moto un sistema diplomatico complesso. “Contrariamente alle dichiarazioni del ministro della Difesa russo, la Russia e i suoi delegati sono responsabili dell’escalation delle tensioni, non l’Ucraina o gli Stati Uniti”, dice il dipartimento di Stato. E ci sono varie prove, che vanno oltre alla raccolta di truppe al confine, per pensare che le tensioni non siano per finire e che l’escalation in qualche modo ci sarà. Magari in forma di azione ibrida come già successo quando si trattò dell’annessione della Crimea.

Contemporaneamente all’aumento del dispiegamento militare lungo i confini (compreso all’interno del territorio bielorusso e sul Mar d’Azov, per un totale del 75 per cento dei gruppi tattici mobilitati dal Cremlino) ci sono altri segnali che fanno presupporre l’inizio di psyops, infowar e pressioni ibride – tra queste le dichiarazioni di Shoigu. D’altronde, come fa notare l’esperto informatico ex CTO e fondatore di CrowdStrike Dmitri Alperovitch, è come “un fucile in un romanzo di Checov, non lo metti lì se non ti aspetti che qualcuno prima o poi lo usi”.

Assieme al dispiegamento militare, Alperovitch (che nel 2016 tracciò tra i primi i collegamenti tra gli hacking russi contro i Democratici americani e le interferenze in Usa2016) fa notare che sono cresciute le incursioni informatiche contro i sistemi ucraini. Uniti a queste c’è la lista di richieste avanzate a Usa e Nato, che è fondamentalmente un elenco di non-starter che dimostrano il poco interesse russo nel negoziare realmente. Almeno per ora, fase in cui Mosca sta cercando un dialogo bilaterale con Washington evitando sistemi multilaterali che comprendono gli europei. L’obiettivo è duplice: spaccare il fronte opposto e creare pretesti per accusare gli altri di non recepire le proprie richieste.

Contemporaneamente stanno aumentando anche le pressioni sull’opinione pubblica interna. Propaganda e disinformazione non servono solo a creare presupposti per l’azione, ma anche per tenere insieme il corpo elettorale. Preparare la collettività alla guerra, in mezzo a una fase di crisi dovuta all’economia stagnante anche per colpa del dilagare del Covid non è facile. Putin rischia di giocarsi fette di consenso se non costruisce una narrativa sufficientemente forte nel suo Paese.

Negli ultimi otto anni, il governo russo ha promosso l’idea che la madrepatria sia circondata da nemici, filtrando il concetto attraverso istituzioni nazionali come le scuole, i militari, i mezzi di informazione e la Chiesa ortodossa. Ha persino sollevato la possibilità che il Paese possa nuovamente doversi difendere come ha fatto contro i nazisti nella Seconda guerra mondiale, ma ci sono parti dell’opinione pubblica che iniziano a schivare (o schifare) questa propaganda narrativa.

Da un lato, la martellante campagna di militarizzazione del pensiero pubblico promossa dal governo russo trova nella crisi ucraina una forma di sfogo: un punto di appiglio per coloro che accettano la propaganda del Cremlino e che fanno da (ancora ampia) base elettorale di Putin. A questi un’eventuale escalation – o i rischi della stessa, i negoziati che escono dalla stessa – viene venduta come un successo nazionalista della Russia putiniana, e dunque cementa la leadership. E contemporaneamente cerca di coccolare gli indecisi con un nettare di cui sono imbevuti media, istituzioni, comunicazioni.

Dall’altro c’è anche una necessità tattico-strategica. Putin teme che l’arrivo in Ucraina di armi Nato, come i droni turchi (inviati da Ankara per accordo bilaterale, non tramite l’Alleanza) possa portare un vantaggio tecnico notevole a Kiev. La questione si è materializzata a ottobre, quando un obice dei separatisti è stato obliterato da un velivolo senza pilota. Davanti a questo, se i governativi lanciassero una campagna aggressiva potrebbe succedere quanto visto nel Nagorno-Krabakh, dove proprio i droni turchi hanno permesso a Baku di annientare le forze armene (alleate russe).

Perdere il Donbas sarebbe una questione di immagine (e dunque strategica) che dimostrerebbe ai rivali (la Nato, gli Usa) che la Russia è di fatto indebolita. Qualcosa che poi si potrebbe portare dietro anche l’inserimento di Kiev nell’Alleanza, una volta stabilizzata la situazione nella regione orientale – inaccettabile per Mosca. Davanti a questo, la preparazione a quella che il Cremlino rappresenta come una guerra difensiva e patriottica è in atto da tempo.

“Penso che la maggior parte delle persone in Russia sarebbe favorevole solo se difendessimo i russi che vivono in questi territori”, ha detto Yevgeny Popov, riferendosi ai territori separatisti in Ucraina, dove centinaia di migliaia di persone hanno ricevuto la cittadinanza russa proprio con questa funzione: creare un presupposto (legale, ma soprattutto narrativo). Popov è una figura televisiva popolare, fisso sulla statale Rossiya 1, di recente eletto membro della Duma con il partito di Putin Russia Unita e finito in mezzo a scandali denunciati da Alexei Navalny.

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