Sul summit di Ginevra si staglia l’ombra (da 1200 chilometri) del gasdotto russo Nord Stream 2. Al Senato è atteso il voto per un pacchetto di sanzioni proposto dal repubblicano Cruz che potrebbe mandare tutto all’aria e far infuriare Putin. Ma i democratici hanno un piano B

All’indomani del summit a Ginevra fra Russia e Stati Uniti rimangono le distanze per un accordo sulla sicurezza europea. Una misura c’è: 1200 chilometri. È la lunghezza del Nord Stream 2, il gasdotto del colosso russo Gazprom che unisce il Mar Baltico alla Germania e può fare da ago della bilancia nella partita a scacchi tra Joe Biden e Vladimir Putin.

La mano decisiva sarà giocata questa settimana. Quando il Senato americano sarà chiamato a votare un pacchetto di sanzioni promosso da due senatori, il democratico Chuck Schumer e il repubblicano Ted Cruz, che potrebbero arenare una volta per tutte il più grande corridoio energetico della Russia in Europa.

A Washington DC l’attesa è febbrile. Tanto che Biden ha affidato il bandolo della matassa a due emissari di peso, la sottosegretaria di Stato Victoria Nuland e il consigliere per l’energia Amos Hochstein. Lunedì hanno partecipato a una riunione a porte chiuse con una decina di senatori democratici, rivela Reuters. Dai banchi dell’Asinello filtra scetticismo: una mannaia sul gasdotto potrebbe danneggiare i rapporti con il nuovo governo tedesco guidato da Olaf Scholz. E darebbe a Putin, in cerca di un compromesso, un pretesto per proseguire l’escalation in Ucraina, con esiti prevedibili.

A marzo l’amministrazione Biden ha definito il Nord Stream 2 “un progetto geopolitico” perché, come denuncia da anni Kiev, è costruito per trasportare 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno bypassando il territorio ucraino. Per la Russia resta una questione vitale. Con un’Europa in balia della tempesta energetica e i prezzi del gas schizzati alle stelle nella seconda metà di dicembre, il tubo di Gazprom da 10 miliardi di dollari rimane la più formidabile arma negoziale di Mosca. Se iniziasse a pompare gas, “potrebbe stabilizzare il mercato energetico”, ha detto Putin due settimane fa.

L’opera è stata completata lo scorso 10 settembre, ma da quattro mesi è ferma per una lunga trafila di questioni legali. A decretare lo stop l’Agenzia per la rete federale, che non certificherà il gasdotto finché la società Nord Stream AG non avrà costituito una sua filiale in Germania, operazione che può richiedere mesi. La Casa Bianca quest’anno ha già graziato una volta il gasdotto esentandolo dalle sanzioni contro Mosca. Anche per questo il pacchetto che Cruz farà atterrare al Senato preoccupa il team Biden. Un’approvazione suonerebbe come un’aperta sfiducia contro la policy russa dell’amministrazione.

I democratici si muovono su due fronti. Da un lato è partita la conta: per far passare le sanzioni servono sessanta voti, cioè dieci in più della maggioranza semplice. Perfino per un abile navigatore d’aula come Cruz – che per mantenere il punto sul Nord Stream ha bloccato per mesi le nomine di decine di ambasciatori in Commissione Esteri – non sarà facile trovare tante defezioni. Dall’altra il piano B. Come Bob Menendez, il presidente democratico della Commissione Esteri del Senato pronto a gettare sul tavolo “la madre di tutte le leggi sulle sanzioni”. Un mix di misure ancora più severe di quelle partorite dal repubblicano texano da usare come pistola carica nel caso in cui la Russia dovesse invadere l’Ucraina.

Quanto al governo tedesco, le preoccupazioni dei democratici Usa non sono infondate. Se la ministra degli Esteri e leader dei Verdi Annalena Baerbock in visita a Roma lunedì ha detto che Berlino è “pronta a bloccare” il Nord Stream 2 se sarà usato “come un’arma” dal Cremlino, le fila della “coalizione semaforo” con liberali e socialdemocratici sono tutt’altro che compatte. Finora Scholz ha buttato la palla nel campo dell’Agenzia responsabile del blocco, “deciderà in modo del tutto non politico”. Ma nella partita più politica del suo neonato governo i cavilli burocratici potrebbero non bastare più.

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