Al Cremlino non conviene affatto costringere gli “Stati ostili” a pagare le forniture in rubli, se non nel brevissimo periodo. Il manager smonta l’annuncio dello zar e ne rivela il vero obiettivo. La sua ricetta: avanti uniti, guardare al gnl e riempire gli stoccaggi – assieme, e in fretta

Mercoledì il prezzo del gas sul mercato europeo – che già viaggia a livelli altissimi, dalle cinque alle otto volte rispetto a un anno fa – è balzato di oltre 20 euro. La ripresa economica, la corsa alle risorse per la transizione e ora l’invasione russa dell’Ucraina contribuiscono a mantenere i nervi degli operatori a fior di pelle e farli sussultare di fronte a ogni sviluppo inaspettato.

L’ultimo è arrivato con l’annuncio del presidente russo Vladimir Putin: in giornata ha detto che la Russia avrebbe accettato solo pagamenti in rubli per il gas esportato verso i “Paesi ostili”. L’iniziativa (da attuarsi “nel più breve tempo possibile”) non è la prima del suo genere e ha il sapore di una ritorsione per le soffocanti sanzioni occidentali imposte alla Russia. Ma la prospettiva dei rubinetti chiusi ha mandato nel panico i mercati europei.

Per Carlo Bagnasco, manager nel campo dell’energia ed ex Gazprom Export in Italia, questo è “veramente un momento di difficoltà estrema” per gli operatori del settore. “Fatico a capire”, ha detto a Formiche.net parlando dell’annuncio di Putin: la mossa non è affatto vantaggiosa, considerando le normali logiche di mercato. Ma conoscendo la mentalità del fornitore russo – ed avendo già lanciato l’allarme, su queste colonne, riguardo alla sua inaffidabilità – l’imprenditore ha una spiegazione più cinica.

Anche ammesso che si possa esigere il pagamento in rubli (sui contratti è sempre specificata ex ante la valuta, solitamente euro o dollari) e che questo non attivi clausole di rinegoziazione contrattuale, che sarebbero particolarmente critiche in questo contesto, “sappiamo tutti benissimo come la Russia non possa assolutamente fare a meno dei pagamenti europei per le sue forniture”. Se la scommessa gli si ritorcesse contro, Putin perderebbe un assegno tra i 400 e i 500 milioni di euro al giorno, l’unico introito stabile in un’economia che cola a picco sotto il peso delle sanzioni.

Se è vero che, sul mercato del gas, il fornitore ha certamente più potere contrattuale avendo ampia e dimostrata capacità di condizionare il mercato, è anche vero che un cambiamento dei contratti non gioverebbe certo a Mosca, spiega Bagnasco. Inoltre, anche se gli europei capitolassero e pagassero le forniture in rubli, lo farebbero comunque secondo il tasso di cambio del giorno – con la valuta russa prossima ai minimi storici – senza quindi alcun effetto di variazione delle condizioni economiche di forniture.

Dunque, basta guardare all’effetto collaterale dell’annuncio per sospettare che si trattasse “di una manovra speculativa brutale, sul brevissimo periodo, per rafforzare il rublo”, che martedì ha registrato un picco positivo. Con un annuncio ben calibrato, il giorno prima della serie di summit euroatlantici (che a loro volta genereranno annunci in grado auspicabilmente di raffreddare i mercati, come il “ponte navale” di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti verso l’Ue), Putin ha fatto i propri interessi: ha messo sotto stress i sistemi economici occidentali e al contempo “ha sicuramente tratto dei profitti per incrementare le proprie entrate”.

Per il manager, la risposta occidentale dovrebbe essere quella di tenere il timone ben dritto: continuare ad aumentare le sanzioni e mettere ancora più pressione sulla Russia, che sta dando evidenti segnali di debolezza. Sul fronte europeo, invece, invita a tenere la guardia alta: in troppi si rilassano pensando che la stagione fredda sia finita, ma questo “è il momento più delicato dell’anno perché ora dobbiamo riempire gli stoccaggi”, e gli operatori si dedicano alla programmazione.

Se il problema ora è “limitato” al prezzo del gas, ha spiegato Bagnasco, serve assolutamente evitare che diventi anche fisico, con particolare attenzione al riempimento degli stoccaggi. La prima asta di qualche giorno fa è stata “gravemente insoddisfacente” a causa dei prezzi alti della materia prima, che a loro volta rendono insostenibile (economicamente e soprattutto finanziariamente) agli operatori l’acquisto e lo stoccaggio di gas.

“Sento parlare di acquisti comuni a livello europeo. Personalmente non sono favorevole, perché ritengo che Eni e le altre grandi società abbiano già il peso politico necessario”, ha detto il manager. “Credo invece che la gestione pubblica e comunitaria degli impianti di stoccaggio sia fondamentale”.

Infine, riguardo al disaccoppiamento del prezzo dell’elettricità da quello del gas – altra misura di cui ha parlato il presidente del Consiglio Mario Draghi –, Bagnasco ne ha sottolineato le complessità tecniche. La diversità dei mix energetici dei Paesi Ue, di fatto, non garantisce un terreno di gioco comune. “È auspicabile, certamente, ma molto complesso in tempi così stretti: vedo molte criticità operative, soprattutto sull’integrazione dei mercati europei”.

Il manager ritiene che la soluzione nel breve termine “non possa prescindere dal contenimento del prezzo del gas”, tramite “la riduzione dei consumi e la gestione geopolitica della situazione. Nel frattempo, lavorare anche sul disaccoppiamento è strategico, anche in vista dell’aumento imponente delle rinnovabili nei prossimi anni”.

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