Il Qatar muove le carte diplomatiche per cercare spazi e opportunità nella crisi innescata dalla guerra di Putin. Oltre alle forniture di gas alternative a quelle russe, per Doha c’è posto nei negoziati per cercare la pace

L’incontro del ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Jassim Al Thani, col suo omologo russo, Sergei Lavrov, non sarà la svolta nella guerra di Putin in Ucraina, ma ha un suo significato. Nel vertice di Mosca, fanno sapere da Doha, si è sottolineata “la necessità di evitare l’escalation e di dare voce alla saggezza”, e “la nostra volontà di garantire la sicurezza dei civili, considerando che è una priorità assoluta”, oltre a quella di “aderire ai principi consolidati della politica internazionale e della sovranità, indipendenza e integrità territoriale degli stati, e rifiutando e condannando tutto ciò che contraddice questo”.

Il messaggio di Doha è importante per i suoi toni anche severi: parlare di integrità territoriale, sovranità e diritti internazionali dopo l’incontro col capo della diplomazia di un Paese impegnato nell’invaderne un altro dimostra che il Qatar ha acquisito ormai un suo standing internazionale. Si muove con disinvoltura su certi dossier complessi dal valore globale, cerca spazi e trova opportunità.

Un fattore questa agilità diplomatica che gli fornisce caratteristiche uniche nel Golfo, per certi versi di vantaggio nella competizione interna, che è stata tatticamente messa in pausa col ritorno delle relazioni tra Doha, Riad e Abu Dhabi segnato dalla riconciliazione di Al Ula. Passaggio necessario quello per aderire a una transizione politica e diplomatica in atto nel Mediterraneo allargato, che sta diventando una regione in cui il dialogo viene preferito al confronto — anche per accontentare le richieste di Washington, che, sganciandosi dal coinvolgimento regionale per un controllo da remoto di certe dinamiche, ha bisogno di ordine ed equilibrio.

Come dimostrato anche dall’impegno di Israele e  Turchia, alcuni attori stanno cercando di attivarsi in un complicato percorso di contatti diplomatici con la Russia, anche sfruttando l’occasione dell’invasione per sedersi al tavolo dei grandi. Il Qatar è tra questi, e a differenza di Arabia Saudita ed Emirati Arabi s’è mosso pubblicamente ottenendo l’opportunità — quasi unica in questo momento — di un colloquio diretto con Mosca, con cui ha parlato per conto del mondo.

È un modo per abbinare l’hard power della politica internazionale con il soft power che ruota attorno a eventi come i Mondiali di calcio di quest’anno (da cui la Fifa ha escluso la Russia con misura sanzionatoria), ossia per raccontare al mondo una Paese attivo e proattivo su tutti i lati delle questioni globali — per quanto possibile. Qualcosa di simile a quanto già successo col dossier afghano, quando Doha è diventata il fulcro per snodare i difficili contatti con i Talebani, entrando di diritto nella Champions League degli affari internazionali.

Ruolo d’altronde riconosciutogli anche attraverso interlocuzioni come quella con l’Italia, che già in occasione dell’Afghanistan aveva mostrato di avere un proficuo dialogo con il regno degli al Thani. La visita a Doha del ministro degli Esteri Luigi Di Maio “per parlare di cooperazione bilaterale su energia e infrastrutture”, come ha fatto sapere la Farnesina, segna il punto. Il Qatar è il principale fattore di contatto per confrontarsi su soluzioni diplomatiche riguardo alla guerra in Ucraina anche perché è il principale fornitore di gas naturale liquefatto in forma alternativa al gas naturale russo.

Un valore che gli è riconosciuto dall’Unione europea e dagli Stati Uniti, che davanti al peso della dipendenza russa hanno subito pensato di aumentare l’integrazione qatarina nel mix delle forniture energetiche che arriva al Vecchio Continente. E in questo, a differenza dei cugini sauditi ed emiratini parte dell’Opec+ con la Russia, il Qatar ha anche mani più libere nell’agire davanti a Mosca.

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