Putin chiude i rubinetti di due Paesi europei già pronti a fare a meno del suo gas. In arrivo altre scadenze a maggio: le capitali europee e Mosca si preparano all’escalation, che sarà dolorosa se dovesse avvenire. Mentre per Gazprom si profilano sfide legali all’orizzonte, rimane aperto il “buco” del sistema di conversione euro-rubli di Gazprombank: quali Paesi cederanno alla tentazione?

È ufficiale: la Russia ha interrotto unilateralmente i flussi di gas verso la Polonia, e la Bulgaria, violando i contratti di fornitura in essere. Lo ha fatto – stando ai comunicati ufficiali di Gazprom – perché i due Stati europei hanno respinto la richiesta russa di pagare le forniture in rubli, secondo il sistema di conversione imposto da Vladimir Putin per rafforzare la valuta russa, allo scadere del termine di pagamento.

È l’apertura ufficiale della guerra del gas: Mosca ha iniziato a fare leva sulla dipendenza europea nel più brutale dei modi, con una mossa che mira a mettere alla prova l’unità del continente. I termini di pagamento di altri Paesi Ue arriveranno a scadenza nella seconda metà di maggio, e in Europa c’è già chi parla di razionamenti. Intanto il prezzo del gas nel mercato europeo (assieme al titolo di Gazprom) è schizzato del 20%, mentre l’euro ha toccato un nadir quinquennale contro il dollaro.

LE REAZIONI

In una dichiarazione, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha parlato di “un altro tentativo di utilizzare il gas come strumento di ricatto. Questo è ingiustificato e inaccettabile. E prova nuovamente l’inaffidabilità della Russia come fornitore di gas”. Von der Leyen ha detto che i due Paesi avevano ricevuto forniture da altri Stati membri in una prova di “solidarietà immensa”. L’Ue è pronta per questo scenario e sta preparando una risposta coordinata, ha aggiunto.

Nel corso della giornata altri leader europei hanno condannato la decisione russa. “È chiaro che al momento il gas naturale è usato come un’arma politica ed economica nella guerra in corso”, ha commentato il ministro dell’energia bulgaro Alexander Nikolov. Il primo ministro polacco ha parlato di “imperialismo del gas”. Entrambi i Paesi colpiti possono fare a meno del gas russo, hanno spiegato i rispettivi governi. Mentre il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha insistito che la Russia rimane un fornitore affidabile e che non sta ricattando i Paesi europei.

COLPI A SALVE

Sia la Polonia che la Bulgaria sono ben posizionate per ammortizzare il colpo. La prima avrebbe comunque smesso di comprare gas da Gazprom a fine anno; ieri il governo di Varsavia ha ricordato che il Paese è di fatto indipendente dalla Russia da anni, assicurando che le riserve sono già piene al 76% e che ci saranno flussi alternativi per arrivare al 90% (obiettivo condiviso dell’Ue) entro il prossimo inverno.

Da Sofia, invece, hanno fatto sapere che manca solo stabilire il prezzo della fornitura per chiudere un accordo alternativo a quello russo. Ci si aspetta che il nuovo collegamento con la Grecia diventi operativo a luglio, cosa che consentirà alla Bulgaria – che importava il 90% del proprio gas da Mosca – di farne arrivare abbastanza dall’Azerbaigian per soddisfare il proprio fabbisogno nazionale e addirittura mandare altre forniture verso l’Europa occidentale.

IL RISCHIO ECONOMICO

Gli altri Paesi europei hanno confermato che la fornitura dalla Russia continua normalmente, e Gazprom ha assicurato che non le limiterà come ha fatto ai due Stati colpiti. “La Bulgaria e la Polonia sono Stati di transito”, ha detto l’azienda; “in caso di ritiro non autorizzato di gas russo dai volumi di transito verso Paesi terzi, le forniture per il transito saranno ridotte dello stesso volume”. Ma la maggior parte di loro ha confermato che non pagherà in rubli, e le suddette scadenze di maggio si avvicinano.

“La retorica accesa da entrambe le parti riflette i rischi economici”, scrive il Financial Times. Se Putin si attenesse alle sue minacce, “l’Europa potrebbe perdere migliaia di posti di lavoro nell’industria”, considerando che le imprese sarebbero costrette a ridurre la produzione a causa della mancanza di energia. Ma anche la Russia si farebbe parecchio male: si stima che le sue esportazioni di idrocarburi verso l’Ue finora siano valse 120 miliardi di dollari, cifra che riflette il triplicarsi dei prezzi del gas. “Se la Russia perdesse otto mesi di reddito a causa delle interruzioni, ciò ridurrebbe ulteriormente il suo Pil, che dovrebbe calare bruscamente in ogni caso”.

RUBLI O NON RUBLI

Ora si tratta di misurare la risposta delle altri capitali europee e stare a vedere se Putin chiuderà i rubinetti anche a loro, man mano che arrivano le scadenze. Von der Leyen ha confermato che pagare in rubli, se non previsto dai contratti “sarebbe una violazione delle sanzioni ad alto rischio per le società” dell’Ue. Ma, come rimarca David Carretta su Twitter, non ha chiarito se versare euro nel sistema di conversione di Gazprombank (che poi si occupa di convertirli in rubli) valga come violazione delle sanzioni.

L’Ungheria e la Slovacchia hanno già aperto questi conti e intendono farne uso, come hanno dichiarato pubblicamente. Una fonte di Gazprom sentita da Bloomberg ha rivelato che anche 10 compagnie europee li hanno aperti, e quattro di queste avrebbero già pagato in rubli. In serata la testata americana ha riportato che anche Eni, controllata dallo Stato italiano, si starebbe preparando ad aprire il proprio conto, anche se finora ha pagato solo in euro e non avrà altre scadenze fino alla seconda metà di maggio.

Intanto, parallelamente, procedono gli sforzi europei per procurarsi più forniture da altri Paesi (l’Italia è in testa) e giungere a un accordo per gestire la crisi del gas interna. Sono ancora in corso i dialoghi per stabilire un tetto al prezzo (solo Spagna e Portogallo hanno raggiunto un accordo con la Commissione, in virtù del loro essere un’“isola energetica”). È anche partita la “Piattaforma energia” dell’Ue per acquisti e stoccaggi comuni: si tratta di un meccanismo su base volontaria, ma è probabile che i Paesi messi alle strette vorranno parteciparvi. Con la consapevolezza che l’Ue è pienamente in grado di superare il prossimo inverno senza gas russo, al netto di qualche scelta difficile.

L’ORIZZONTE LEGALE

Per la controparte polacca Andrzej Duda, la mossa russa vìola i principi giuridici fondamentali e richiede “misure legali appropriate”. Ha promesso “un adeguato risarcimento da parte di Gazprom per le violazioni delle disposizioni del contratto. Probabile che si apra un contenzioso presso il Tribunale arbitrale di Stoccolma, un processo che richiede mesi, durante i quali il gas dovrebbe continuare a fluire fino alla risoluzione della controversia o quantomeno a una ordinanza in materia.

Sospendere l’erogazione potrebbe far scattare un risarcimento del danno ancora più pesante in caso di lodo arbitrale favorevole ai compratori, ed è in ogni caso uno scenario insostenibile per il Cremlino, che ha interesse a fare la voce grossa e tenere il punto, non certo a fermare i tubi. Se Gazprom ferma tutto smette anche di ricevere euro, dollari e sterline, gli unici veri introiti occidentali in un’economia sotto sanzioni. Intanto si avvicina la data del 4 maggio, che probabilmente segnerà il default di fatto della Russia.

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