L’ultimatum russo (di facciata) ha spinto l’Ue a mettere alla prova il Cremlino. Il sistema di conversione via Gazprombank non è ancora pronto, i prossimi pagamenti saranno a maggio. E poi? Se la Russia chiudesse i rubinetti, chi cederà prima? Tutti gli scenari e le variabili in campo, a partire dall’arbitrato che scatterebbe a Stoccolma

“Niente rubli, niente gas”. L’ultimatum di Vladimir Putin ha scosso l’Occidente, ma come spiegavamo su queste colonne si tratta di un’escalation più di facciata che non di sostanza. Perché sono già previsti gli escamotage per preservare lo status quo, almeno per qualche settimana, come il pagamento via “conti speciali” su Gazprombank (che non saranno pronti per altri dieci giorni) e un meccanismo contorto di conversione in rubli che di fatto permette agli acquirenti europei di pagare in euro, come confermato ieri da Mario Draghi.

La ratio della mossa di Putin ha molto a che fare con il rinforzo del rublo, che in effetti è quasi tornato allo stesso valore contro il dollaro rispetto a prima della guerra (anche se oggi è in netto calo, forse i mercati hanno chiamato il bluff di Mosca). C’entrano anche i profitti delle esportazioni, salvagente per l’economia russa sotto sanzioni. E la solidità di queste ultime è messa alla prova dal tentativo di costringere gli europei a convertire euro in rubli attraverso la Banca centrale russa, a sua volta sanzionata.

A ogni modo, la mossa dello zar ha fatto sì che i Paesi europei iniziassero a equipaggiarsi per vedere quanta sostanza ci sia dietro al “ricatto” dello zar – perché, dopotutto, l’economia russa ha bisogno della liquidità tanto quanto l’Ue ha bisogno di gas russo. La Commissione sta lavorando per arrivare a una posizione comune tra i Ventisette, alcuni dei quali hanno già spiegato senza mezzi termini che non si piegheranno alle condizioni dello zar. Francia, Germania e Austria già parlano di razionamenti. In parallelo, si pensa alla diversificazione.

Ora si tratta di vedere quanto sono sostenibili le posizioni dei due fronti, che sembrano determinati a vedere che cede per primo. Da una parte la Russia dà segnali di escalation, considera di estendere questo meccanismo anche ad altre materie prime. Dall’altra l’Ue sembra intenzionata ad affrontare la possibile interruzione del 40% delle proprie forniture di gas. Ipotesi non troppo realistica nel brevissimo termine: i contratti specificano la valuta di pagamento, e una modifica unilaterale da parte di Gazprom, spiega il Financial Times, aprirebbe un contenzioso da portare all’attenzione del Tribunale arbitrale di Stoccolma.

Questo è un processo che richiede mesi, durante i quali il gas dovrebbe continuare a fluire fino alla risoluzione della controversia o quantomeno a una ordinanza in materia. Sospendere l’erogazione potrebbe far scattare un risarcimento del danno ancora più pesante in caso di lodo arbitrale favorevole ai compratori, ed è in ogni caso uno scenario insostenibile per il Cremlino, che ha interesse a fare la voce grossa e tenere il punto, non certo a fermare i tubi. Se Gazprom ferma tutto smette anche di ricevere euro, dollari e sterline, e il valore del rublo potrebbe precipitare.

Nella pratica l’operatore russo è effettivamente in grado di “spegnere” l’estrazione di gas con relativa facilità. Quello che non può fare, per via dell’infrastruttura esistente, è dirottare il grosso delle forniture altrove: il gasdotto Siberia-Cina richiederà altri tre anni almeno, gli impianti di liquefazione e le navi metaniere non bastano a compensare. La Russia sarebbe così costretta a utilizzare le proprie strutture di stoccaggio, più la rete stessa, per trattenere il gas. La capacità di stoccaggio russa equivale a meno della metà dei volumi che spedisce ogni anno in Europa; secondo un esperto Icis sentito da FT, l’intero sistema sarebbe pieno nel giro di quattro mesi e mezzo. A questo punto, si tratta di vedere se l’economia russa non collassi prima.

Sull’altro fronte, i Paesi europei stanno spingendo per riempire le proprie riserve. Il periodo primaverile è appunto il momento in cui gli operatori pianificano i riempimenti; oggi i prezzi del gas alle stelle incidono sul successo delle prime aste, come spiegava un esperto in materia a Formiche.net. Ci sono diverse strade per tirare giù il prezzo, ma dipendono dalla volontà politica dei Paesi membri. Intanto si spinge sulle importazioni di gas da altre fonti (tra cui gli Usa e i Paesi dell’area Mena). Tuttavia, anche nel migliore degli scenari, ci vorranno almeno quattro anni per sostituire le importazioni di gas dalla Russia.

C’è un però. Gli analisti di Bruegel, uno dei think tank più ascoltati a Bruxelles, ritengono che l’Ue nel suo insieme sia in grado di attraversare un breve periodo senza forniture dalla Russia. Anche il prossimo inverno, a patto che gli Stati compiano scelte difficili e adottino politiche di razionamento che portino a una riduzione della domanda complessiva del 10-15%, o 400 terawattora. È possibile, scrivono gli esperti, aggiungendo che “un ventaglio di opzioni eccezionali potrebbe abbattere almeno 800 TWh”.

Dunque, ammettendo l’improbabile ipotesi secondo cui la Russia trovi un modo per tagliare il gas e non collassare nel giro di poche settimane o mesi, l’Ue è in grado di resistere per un anno almeno – posto che si raggiunga un’intesa politica tra i Ventisette, che sarebbero più inclini a farlo se messi davvero alle strette. Rimane più probabile che Gazprom continui a rifornire l’Europa, sia per via del “guinzaglio” legale, sia per assicurare il flusso di introiti al Cremlino; l’approntamento del sistema di conversione via Gazprombank indica che Mosca voglia almeno tenersi la porta aperta.

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