Putin ci ripensa e firma una legge che rende illegale scambiare asset digitali con beni e servizi. Un passo indietro rispetto ai sogni dei massimalisti, uno di lato verso la Cina. Come previsto, le sanzioni non si riescono ad aggirare via blockchain. Altrove si dibatte di regolamentazione e futuro del web (3?)

Le criptovalute non saranno il futuro dei pagamenti, almeno nella Russia di Vladimir Putin. Venerdì lo zar ha firmato una legge, estensione di una decisione del 2020, che proibisce l’utilizzo di asset digitali (crypto e Nft) come forma di pagamento nel Paese. Tra le nuove regole c’è una disposizione che impone alle exchange di rifiutare le transazioni interpretabili come sostituti delle transizioni monetarie; l’entrata in vigore è lunedì prossimo, 25 luglio.

Per il governo russo è l’ennesima inversione di marcia, frutto di visioni contrastanti e anni di frizioni tra chi voleva mettere a bando le crypto – come la Banca centrale russa, che a gennaio si è mossa per farlo – e chi invece preferiva limitarsi a regolamentare – come lo stesso Putin, che a febbraio ha bloccato la Banca centrale in accordo con il suo ministero delle Finanze.

I cittadini russi possono ancora acquistare e investire in criptovalute, e il mining è ancora consentito (nel 2021 la Russia era il terzo Paese al mondo per estrazione di bitcoin, anche grazie all’abbondanza di energia fossile a basso costo). Viene meno la possibilità di poter usare la moneta virtuale per pagare beni e servizi; un passo indietro per i massimalisti che si prefiggono un futuro di crypto-indipendenza finanziaria.

Con questa mossa Mosca si posiziona sull’estremo opposto rispetto a Paesi come El Salvador e la Repubblica centrafricana, gli unici due ad aver riconosciuto le crypto come valuta legale. A un passo dalla Cina, che le ha bandite completamente per ragioni che vanno dal consumo energetico alla volontà di diffondere lo yuan digitale (e osservando il controllo che Putin sta esercitando sul rublo, viene da chiedersi se Mosca non voglia accodarsi all’alleato cinese).

In mezzo, i Paesi “neutri” dibattono sull’istituzionalizzazione di crypto e web3, in una corsa a chi capirà e saprà sfruttare per primo le potenzialità del criptoverso e la sua intersezione con l’economia digitale. A fine maggio Parlamento e Consiglio europei hanno stretto un accordo per procedere assieme verso la regolamentazione in tutta l’Ue, e anche gli Stati Uniti di Joe Biden stanno studiando come farlo.

Intanto le più grandi aziende del settore si muovono per adottare protocolli pro-trasparenza e antiriciclaggio che le rendano più accettabili agli occhi dei regolatori. Quello che è certo è che le criptovalute in Russia non si sono rivelate uno strumento per evadere efficacemente le sanzioni occidentali. Nel criptoverso i movimenti sono pubblici; nelle giurisdizioni dei Paesi le exchange, che fungono da punti di accesso per i più, si comportano come gli altri istituti finanziari.

Era evidente già da prima dell’invasione dell’Ucraina, come scrivevamo su queste colonne, quando diversi ufficiali governativi si sono dimostrati abili nel setacciare le blockchain per contrastare l’uso illecito delle crypto. Sia Usa che Ue hanno redatto una lista di portafogli sanzionati, e le exchange hanno provveduto – come promesso – ad applicare le restrizioni. Vero, ci sono altri sistemi per comprare crypto, ma la loro utilità come strumenti anti-sanzione è ancora da dimostrare.

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