È “molto improbabile” che il Jcpoa venga ricomposto nel prossimo futuro. Tutti lasciano aperta la porta della diplomazia, ma c’è scetticismo sull’implementazione degli ultimi step — quelli decisivi per ritrovare l’intesa

“Il miglior accordo possibile per tutte le parti è sul tavolo. Assicura benefici economici chiari e misurabili per il popolo iraniano e benefici verificabili di non proliferazione per la Comunità internazionale. Invito tutti i partecipanti a fare l’ultimo passo”, dice Enrique Mora, direttore politico dell’European External Action Service e capo negoziatore per la ricomposizione del Jcpoa.

L’accordo per il congelamento del programma nucleare iraniano – siglato nel 2015 e dal 2018 messo in stallo dalla decisione dell’amministrazione Trump di ritirarsi – sta per deflagrare esattamente perché quell’ultimo passo di cui parla Mora non c’è. Né gli europei né gli americani – che con l’amministrazione Biden si sono impegnati a ricomporre l’intesa, pur mantenendo una posizione severa – sembrano a questo punto ottimisti sulla possibilità di rinnovare l’accordo.

Va detto che per mesi è sembrato tutto fattibile – “questione di settimane”, hanno detto più volte le fonti – e invece niente, e chissà che stavolta non funzioni all’opposto. Anche perché senza Jcpoa, “tutte le parti […] rischiano di perdere. Per l’Occidente, ci sarà una drammatica battuta d’arresto per gli sforzi di non proliferazione in Medio Oriente. Per l’Iran, i rischi sono ancora maggiori”, come scrivono Ellie Geranmayeh e Esfandyar Batmanghelidj su Foreign Policy.

“Dopo 15 mesi di negoziati intensi e costruttivi a Vienna […], ho concluso che lo spazio per ulteriori compromessi significativi si è esaurito”, ha scritto invece l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, Josep Borrell, in un op-ed per il Financial Times uscito il 26 luglio. “Ho ora messo sul tavolo un testo che affronta, in modo preciso e dettagliato, la revoca delle sanzioni e i passi nucleari necessari per ripristinare il Jcpoa”, dunque “è ora di prendere decisioni politiche rapide per concludere i negoziati di Vienna sulla base del testo da me proposto e per tornare immediatamente a un Jcpoa pienamente attuato”.

Alla domanda della giornalista Laura Rozen, esperta di relazioni internazionali basata a Washington, sul se il messaggio di Borrell suggerisse che fosse stato lanciato una sorta di ultimatum all’Iran per rispondere un’intesa sulla bozza di testo sul tavolo, un diplomatico europeo ha risposto che non c’era alcun ultimatum, “ma un chiaro messaggio che lo spazio per i negoziati è quasi esaurito”, ha detto il diplomatico europeo. Un funzionario statunitense di alto livello aggiunge di non essere a conoscenza di una scadenza specifica entro la quale si chiede all’Iran di rispondere, “ma ovviamente non può essere una questione aperta [per sempre]“.

Secondo Barak Ravid, altro giornalista esperto di Medio Oriente e molto informato su certi dossier, il coordinatore per il Medio Oriente della Casa Bianca, Brett McGurk, avrebbe dichiarato la scorsa settimana a un gruppo di thinktankers che è “altamente improbabile” che l’accordo nucleare con l’Iran del 2015 venga rilanciato nel prossimo futuro. Per McGurk, che non ha smentito lo scoop di Ravid, l’Iran vuole che gli Stati Uniti “aggiungano qualcosa al piatto” per aiutare coloro che vogliono un accordo nel dibattito interno con la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ma gli americani “non hanno intenzione di farlo”.

Con un accordo altamente improbabile nel prossimo futuro, McGurk ha detto che l’amministrazione Biden intende usare le sanzioni e l’isolamento diplomatico contro l’Iran, “ma senza far degenerare inutilmente la situazione” e usando la forza solo come ultima risorsa. Già, perché se non ci sarà un rinnovo del Jcpoa le tensioni potrebbero crescere, e ci sono Paesi – come Israele – che valutano la possibilità di evitare il congelamento diplomatico del programma nucleare e passare direttamente a uno scioglimento degli impianti nucleari sotto una pioggia di missili.

L’Alto rappresentante Borrell e il ministro degli Esteri iraniano, Hamir Amirabdollahian, si sono sentiti telefonicamente mercoledì 27 luglio. Secondo le informazioni di Formiche.net, l’europeo avrebbe chiesto al suo interlocutore di stringere sulla decisione (in linea con quanto scritto sull’op-ed) chiedendo di passare dalle parole ai fatti, e si sarebbe messo a disposizione per facilitare qualsiasi comunicazione tecnica (iraniani e statunitensi non si parlano direttamente, e finora sono stati i funzionari europei a gestire questa staffetta diplomatica). Per quanto noto, Amirabdollahian avrebbe risposto dettando alcuni passaggi tecnici, ma il punto è che manca la decisione politica. Forse anche la volontà.

Il capo negoziatore statunitense, l’inviato per l’Iran Rob Malley, e altri funzionari dell’amministrazione Biden terranno giovedì 28 luglio un briefing riservato alla Commissione Affari Esteri della Camera sui negoziati e sullo stato del programma nucleare iraniano. Potrebbe essere un passaggio per ottenere consenso politico sugli ultimi step – anche perché la finestra temporale si potrebbe chiudere a breve, se la Camera tornerà sotto il controllo repubblicano dopo le elezioni di metà mandato. Tuttavia i problemi principali restano a Teheran, dove non c’è una volontà chiara sul da farsi.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, che in queste settimane è molto attivo sui dossier mediorientali, è stato piuttosto netto con il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, in una telefonata del 23 luglio, quando lo ha esortato a fare una “scelta chiara” per rilanciare l’accordo, spingendolo affinché una decisione sia presa “il più presto possibile”, secondo quanto riportato dal readout presidenziale francese. Macron condivide in questo momento una serie di preoccupazione che sono mosse principalmente da Abu Dhabi – tradizionalmente ostile alla Repubblica islamica sciita di Teheran, ma in fase di revisione tattica dei propri interessi. Il rischio della deflagrazione del Jcpoa è che si creino nuove tensioni, simili e potenzialmente più distruttive, di quelle che hanno segnato l’estate del 2019.

In quei mesi, in cui tutta la panoplia sanzionatoria tornò in vigore per effetto dell’uscita trumpiana dall’intesa, i traffici commerciali tra Golfo Persico e Mar Rosso erano vittime di sabotaggi – probabilmente legati ai Pasdaran. Gli emiratini (e non solo loro nel Golfo) temono che la definitiva conclusione del Jcpoa possa comportare disequilibri anche in dossier complessi come la guerra civile in Yemen, attualmente su una complicata via di deconflicting, e destabilizzare del tutto altri fascicoli come l’Iraq.

In generale il timore è che la morte del Jcpoa possa competere l’alterazione dei complicati meccanismi di distensione che si sono innescati all’interno della regione. Per di più, che tutto questo possa sommarsi al momento delicatissimo, dove la faticosa ripresa dalla pandemia si fonde con la crisi innescata dalla guerra russa in Ucraina, e in cui le dinamiche dello scontro tra potenze stanno tornando centrali in Medio Oriente e Nord Africa.

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