Gli Stati Uniti fanno filtrare altre notizie sulla vendita di droni iraniani alla Russia. Teheran cerca di rafforzare la sua dimensione (politica, militare, commerciale) internazionale

Una delegazione russa ha visitato un aeroporto nell’Iran centrale almeno due volte nell’ultimo mese per esaminare droni dotati di armamenti. L’informazione, filtrata ai media dalla Casa Bianca con tanto di immagini satellitari, segue una prima denuncia di Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale, che la scorsa settimana aveva dichiarato pubblicamente che Teheran avrebbe aiutato la Russia nell’invasione ucraina, inviandole armi per sopperire dei vuoti operativi.

Sebbene ci siano perplessità tecniche – non è chiaro se l’Iran è in grado di far fronte a commesse consistenti come sono quelle che servirebbero a Mosca – è possibile che qualcosa si muova. Della necessità russa di droni potrebbe essere testimone diretto anche l’Italia: la scorsa settimana la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Dogane hanno scoperto e bloccato dei container arrivati nel porto di Gioia Tauro il cui contenuto, droni per l’appunto, potrebbe essere al centro di una triangolazione con cui la Russia avrebbe cercato di importare materiale “made in Usa” da impiegare nella guerra in Ucraina.

Altrettanto possibile è che gli Stati Uniti vogliano sottolineare come tra la Federazione Russa e la Repubblica islamica si stia rinforzando l’allineamento – sottolineato nella propaganda che ha accompagnato la recente visita in Iran di Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo.

Nel fine settimana, anche il presidente russo Vladimir Putin sarà a Teheran per incontrare l’omologo iraniano Ebrahim Raisi. Con loro ci sarà anche il turco Recep Tayyp Erdogan, e Washington spinge anche sul comunicare che quell’“asse del male” non è perseguibile per un Paese alleato come la Turchia – se non con mandati specifici, che non è detto che Ankara già non abbia.

L’Iran, spiega la Casa Bianca, ha iniziato a mostrare l’operatività dei droni Shahed-191 e Shahed-129 ai russi ospitati all’aeroporto di Kashan, a Sud di Teheran, a giugno. Sullivan aveva già parlato di un corso di addestramento oltre che della fornitura – che alla Russia servirebbe sia per superare una carenza sul campo di battaglia, sia per assicurarsi una forma di approvvigionamento di materiale tecnologico mentre è colpita dalla sanzioni. “Abbiamo informazioni che il governo iraniano si sta preparando a fornire alla Russia diverse centinaia di droni, inclusi alcuni con capacità di essere armati”, dicono a Washington.

Gli Shahed, una delle cinque famiglie di droni prodotte dall’Iran (le altre sono Fotros, Ababil, Saeqeh and Mohajer), sono velivoli senza piloti (UAV) piuttosto conosciuti, molto pubblicizzati dagli iraniani. La forma riprende quella dei Predator americani e sono prodotti (dal 2012) dalla HESA, la grande azienda aerospaziale dell’Isfahan costruita sui terreni della famiglia Boroumand alla fine degli anni Settanta – quando i rapporti con gli Usa erano ancora buoni, tanto che lo stabilimento fu fatto dalla Textron di Providence, Rhode Island, per produrre elicotteri Bell.

L’Iran non ha confermato né smentito le dichiarazioni statunitensi sulla fornitura, con Hossein Amir-Abdollahian, ministro degli Esteri iraniano, che ha sottolineato l’esistenza di “vari tipi di collaborazione con la Russia, anche nel settore della difesa”. Amir-Abdollahian, che nei giorni della denuncia statunitense sull’aiuto iraniano alla Russia era in visita in Italia, ha anche detto che Teheran “non aiuterà nessuna delle parti coinvolte in questa guerra perché crediamo che debba essere fermata”.

L’Iran ha già fornito droni di vario genere alle milizie sciite che usa come vettori di influenza regionali (in Libano, in Iraq, Siria e agli yemeniti Houthi) e in Venezuela ed Etiopia. Come nel caso della Turchia, le forniture di velivoli senza piloti sono un vettore di collegamenti e relazioni internazionali, perché stanno diventando sempre più importanti nei conflitti. Ma questo che potrebbe avvenire con Mosca sarebbe un salto di qualità, sia come cliente, sia come contesto (una guerra aperta in Europa).

Il comparto droni iraniano, che comprende sia mezzi di larghe dimensioni sia quelli più piccoli utilizzati per missioni kamikaze (per esempio gli Shahed-136), è gestito in larga parte dalle Sepâh, il Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (Irgc), ossia la componente teocratica delle forze armate iraniane. I cosiddetti Pasdaran li hanno utilizzati più volte, anche per attaccare i traffici commerciali lungo l’asse Golfo Persico e Mar Arabico (e Mar Rosso).

La scorsa settimana, l’Iran ha annunciato di aver creato la sua prima divisione di droni piazzati a bordo di una nave nell’Oceano Indiano, ossia al largo del Golfo dell’Oman. “Tutti i tipi di droni avanzati di ultima generazione prodotti dall’esercito e dal ministero della Difesa hanno sorvolato le acque dell’Oceano Indiano per dimostrare le loro capacità”, ha detto la televisione di Stato.

È una presenza che ha valore geopolitico, perché – come dice Abdolrahim Mousavi, capo di Stato maggiore dell’Artesh – l’Iran deve essere pronto (notare che questo dispiegamento non sarà gestito delle Sepâh, ma dalle forze armate regolari). Ma anche commerciale: pubblicizzare l’industria dei droni può essere utile per aprire a Teheran anche il mercato asiatico, sempre che eventuali acquirenti vogliano correre il rischio di finire sotto le sanzioni statunitensi.

Nell’ottobre 2021, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro il programma di droni dell’Iran, accusandolo di fornire la tecnologia alle milizie alleate nella regione. Mossa che è servita anche come rassicurazione ai partner americani come Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Durante la recente visita del presidente statunitense Joe Biden in Medio Oriente, è stato presentato il sistema di difesa aerea israeliano Iron Beam, che utilizza laser per intercettare droni e missili.

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