Alla Code Conference 2022 i ceo delle grandi aziende tecnologiche, Google, Snap, Apple e i giornalisti e le voci più importanti della politica si sono scagliate contro l’app cinese. Per Matthias Dopfern, che guida anche Politico, i Paesi democratici dovrebbero vietarlo. La crescita esponenziale sovvenzionata dalla Cina, in barba alla concorrenza, e la mai risolta questione di sicurezza

Tiktok sembra essere diventato un incubo per tutti i grandi della tecnologia. Alla ventesima edizione della Code Conference di Beverly Hills, organizzata da Vox Media e ospitata come al solito da Kara Swisher (che tuttavia ha annunciato come questo sia stato il suo ultimo anno da organizzatrice), l’app cinese è infatti finita al centro dei discorsi dei Ceo delle varie compagnie tech, dei media e altre voci importanti della politica americana. La sintesi dei loro ragionamenti è molto semplice: la piattaforma social di proprietà di ByteDance spaventa, eccome. Spaventa in quanto leader della concorrenza, sotto certi aspetti non più raggiungibile. E spaventa anche in quanto minaccia per la sicurezza nazionale.

Nei tre giorni di incontri, iniziati martedì e conclusi giovedì sera, quando si affrontava il discorso su TikTok ad accomunare i relatori c’era la loro grande avversione nei confronti dei social, che nel corso degli anni è stato in grado di crescere a dismisura adattandosi al mercato esterno. In Cina è conosciuto come Douyin e, anche se la funzione è la stessa, è molto più sorvegliata. Così, per l’export i programmatori hanno deciso di rifare il vestito all’applicazione. Ma la diffidenza nei suoi confronti non è mai cambiata per una questione di sicurezza interna.

Soprattutto nel mondo occidentale. La tesi più accreditata vedrebbe TikTok come il Cavallo di Troia del Partito Comunista Cinese (PCC), di cui Pechino si serve per entrare nelle società straniere per influenzarle dall’interno. “Dovrebbe essere bandito in ogni democrazia”, ha tuonato, Mathias Dopfern, il Ceo di Axel Springer che, tra le tante, detiene testate giornalistiche come Politico, Insider, Bild, Die Welt e Fakt.

La ragione è semplice: mentre le altre piattaforme non possono operare in Cina, a TikTok viene data questa possibilità, seppur si cerchi un modo per ingabbiarla. “Penso che sia sciocco non farlo”, ha aggiunto l’editore tedesco. “Non possiamo entrare in Cina con Facebook, con Google, con Amazon, con altre piattaforme. Perché dovremmo permettergli di svolgere un ruolo così dominante nella nostra economia di mercato? A lungo termine, sentiremo le conseguenze di questa dipendenza e non sarà solo di tipo commerciale. Credo che sarà davvero anche una conseguenza politica con un impatto enorme”.

Dopfern, da parte sua, prova a fare la sua parte e ha deciso di non lavorare con TikTok. “Non posso garantirti per quanto tempo possiamo continuare perché potremmo arrivare a un punto in cui semplicemente non possiamo permettercelo. Perdiamo troppo tra il pubblico giovane”. Le sue parole vengono confermate dai numeri.

Ad agosto, secondo un’analisi del Pew Research Center circoscritta agli adolescenti americani tra i 13 e i 17 anni, il 67% di loro afferma di essere registrato sulla piattaforma. Più del doppio di quelli su Facebook (32%) che, nel corso degli ultimi sette-otto anni, ha visto dimezzare gli adolescenti. Non è solo Meta a subire gli effetti di questo dominio tra la fasce più giovani. Tralasciando il fatto che anche quelle più anziane stanno iniziando a familiarizzare con l’app cinese (specie dopo la pandemia), in difficoltà sembrerebbero esserci anche gli storici colossi.

YouTube, ad esempio, rimane saldamente al comando della classifica dei più giovani, che lo utilizzano per il 95%. Subito dopo, in seconda posizione, c’è però TikTok. “La concorrenza nella tecnologia è iper-intensa”, ha affermato martedì l’amministratore delegato di Google, Sundar Pichai. Il Ceo ha compreso le sfide che il cambiamento richiede alla sua società, insidiata anche dalla startup Neeva, e per questo è pronto a sfide eccezionali. Una delle prime necessità appare quella di “semplificare l’azienda e gestire la complessità man mano che cresciamo”. Uno dei problemi del settore tecnologico, ha continuato, è che “la concorrenza viene dal nulla. Nessuno di noi parlava di TikTok tre anni fa”.

Con parole neanche troppo diverse, a confermarlo il giorno dopo è stato il fondatore di Snapchat, Evan Spiegel. “Il motivo per cui è stato così difficile rispondere per le aziende negli Stati Uniti, ma anche in tutto il mondo, è la portata dell’investimento”, ha affermato. “Quello che nessuno aveva previsto negli Usa era il livello di investimento che ByteDance ha fatto nel mercato statunitense, e ovviamente in Europa, perché era inimmaginabile. Nessuna startup poteva permettersi di investire miliardi e miliardi e miliardi di dollari nell’acquisizione di utenti in tutto il mondo. Una strategia completamente diversa da quella che qualsiasi azienda tecnologica si aspettava, perché non era guidata dall’innovazione. Si trattava, davvero, di sovvenzionare l’acquisizione di utenti su larga scala”. Sborsando miliardi di dollari, l’algoritmo di TikTok è riuscito perciò a dare una dimensione quanto più personalizzata possibile ai suoi utenti.

Insomma, la questione interessa e spaventa tutti. Probabilmente anche Tim Cook, a.d. di Apple, seppur durante l’evento in California abbia preferito lavarsene le mani. “Non sono esperto di TikTok”, ha affermato liquidando la questione. L’ansia però non avvolge solo il mondo della tecnologia. Come scritto più volte, il governo degli Stati Uniti – di qualsiasi colore – ha cercato di regolare TikTok attraverso la legge, ma al momento invano.

Sul tavolo ci sono diverse misure da prendere in considerazione. Come quella antitrust della senatrice democratica del Minnesota, Amy Klobuchar, che sperava di poter votare entro questa estate. Secondo l’American Innovation and Choice Act, limiterebbe il dominio delle grandi imprese tecnologiche e, nel caso in cui TikTok avesse raggiunto le dimensioni di un gatekeeper, finirebbe in questo grande calderone.

Contro la proposta si sono già scagliate le Big Tech, unite nel sostenere come questa andrebbe a svantaggio degli utenti. Eppure qualcosa bisognerà partorire. L’ex portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, anche lei intervenuta all’evento, l’ha definito “dilemma morale”. Non utilizzare l’app vorrebbe dire “allontanarsi dal campo da gioco”, ha affermato senza sminuire i problemi legati alla sicurezza. Che sembrano preoccupare tutti, senza che però si riesca a trovare una ricetta risolutiva.

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