Tre grandi partite industriali sono già avviate, anche se non pienamente definite. Ma le elezioni di fine mese possono cambiare le carte in tavola, a cominciare dalla vendita della compagnia ex Alitalia e specialmente con una vittoria della destra. Ma secondo Nicola Porro, al di là delle tentazioni, sarebbe un errore clamoroso

C’è il mercato, gli investitori, c’è chi compra e chi vende. E poi c’è la politica. E una bandiera di un colore piuttosto che un altro a Palazzo Chigi può fare la differenza nelle grandi partite industriali. Ita, Tim e Monte dei Paschi sono tra questi, tre dossier più o meno datati su cui incombe il voto del 25 settembre e molto potrebbe cambiare con un nuovo inquilino al posto di Mario Draghi.

Si prenda, tanto per cominciare, il caso di Ita. Quattro giorni fa il Tesoro, azionista al 100% della compagnia nata dalle ceneri di Alitalia, ha deciso di intavolare le trattative per la cessione con il fondo americano Certares, unitamente ai due partner industriali del calibro di Delta ed Air France, scartando la cordata Msc-Lufthansa. Operazione che consentirebbe allo Stato di non mollare del tutto la cloche di Ita, mantenendo una quota del 40%, a fronte del restante 60% in mano ai privati. Eppure alle forze politiche del centro destra questa prospettiva non sembra andare bene nemmeno un po’. Il canovaccio, a onor di storia, è di quelli già visti e sempre con la Francia di mezzo. Era il 2009 quando, a un passo dalla vendita dell’allora Alitalia ad Air France il governo Berlusconi, da poco insediatosi al posto del centro sinistra, bloccò tutto, lanciando la famosa chiamata ai “capitani coraggiosi”.

IL MURO SU ITA

Adesso la storia potrebbe ripetersi, con un entrata in tackle proprio mentre si avviano i negoziati per la privatizzazione. La Lega, per esempio, ha già scoperto le sue carte. “L’opzione Lufthansa è stata tolta sì ma nulla è scritto sulla pietra. Il nuovo governo non accetterà un’offerta senza garanzie occupazionali per tutti i dipendenti di Ita e senza un piano industriale molto solido” ha affermato Federico Freni, esponente della Lega e sottosegretario al Mef. “La decisione finale sul contratto preliminare sarà rimessa certamente al nuovo governo”.

Due giorni prima era stata la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni a dire la sua. “Ricordo che l’’attuale governo dovrebbe fare le cose minime, essendo il Parlamento formalmente sciolto, quindi non credo che una materia così strategica sia competenza di questo governo. Quando avrò le carte potrò pronunciarmi”. Perfettamente in scia, Forza Italia, a completare il coro dei mugugni sulla cessione della compagnia. “Non siamo stati coinvolti nelle decisioni. Sono decisioni che prende il ministero dell’Economia dove c’è un non politico (Daniele Franco, ndr), però poi soldi sono degli italiani e non è una privatizzazione. Rimane la presenza dello Stato, ma mi pare una scelta non proprio liberale”, ha chiarito Antonio Tajani, numero due del partito.

TIM IN MANO A CDP?

Altro capitolo, Tim e la rete unica. Qui lo stato dei lavori è in fase abbastanza avanzata, se non altro per quel memorandum firmato tra l’ex Telecom, Open Fiber (controllata al 60% da Cdp), dalla stessa Cassa e da Kkr (azionista al 37% di Fibercop, la società della rete secondaria di Tim) che lo scorso maggio ha posto le basi per la creazione di una infrastruttura nazionale per la banda larga. L’operazione è nota, la rete dell’ex monopolista, quella secondaria, andrebbe a sistema con la fibra di stato e messa in pancia a una società a controllo pubblico. Ma a Fratelli d’Italia non è sembrato bastare, tanto da paventare uno sparigliamento delle carte, in pieno agosto.

“Bisogna scorporare la proprietà della rete, che non può essere privata, come non lo è da nessuna parte per un fatto di sicurezza nazionale e tutela dell’interesse nazionale, dalla vendita del servizio che si deve fare in regime libera concorrenza tra tutti gli operatori”, aveva messo in chiaro la stessa Meloni. Tutto abbastanza in linea coi progetti in campo, se non fosse che la settimana prima erano circolate indiscrezioni circa un progetto di FdI che vedrebbe in prima linea proprio Cdp per  un’Opa sul gruppo telefonico per assumere il controllo dell’intera azienda. Un piano che implicherebbe un’acquisizione e quindi un’offerta sul 90% delle azioni non possedute del colosso tlc. Successivamente la Cassa dovrebbe vendere circa 30 milioni di clienti mobili e fissi di Tim alla concorrenza, per circa 13 miliardi di euro, e Tim Brasil per circa 4 miliardi di euro con l’obiettivo di dimezzare il debito della società.

IL REBUS MPS

Altro capitolo, non certo meno importante, Monte dei Paschi. Qui la faccenda è più delicata, perché c’è di mezzo una ricapitalizzazione da 2,5 miliardi, coperta per 1,6 miliardi dallo Stato azionista al 64% e il resto dal mercato che però ancora non ha mandato quei segnali così rassicuranti, al punto da immaginare un aumento di capitale in più fasi, proprio perché manca ad oggi la certezza della seconda gamba dell’operazione. Ad oggi le posizioni del centro destra su Mps non sono molto definite e chiare, anche se come raccontato da Formiche.net poche settimane fa, il voto di fine mese è molto più di un’incognita per il futuro della banca. Di sicuro, gli ospiti sgraditi, una volta ricapitalizzata Siena e aperta la stazione delle nozze, sarebbero per il centro destra le grandi banche francesi, Crèdit Agricole su tutte (che ha già messo le mani sul Creval), pronte ad azzannare Mps, infilandosi nella corsa per rilevare la banca.

Sul possibile intervento delle elezioni nella partite menzionate, ha detto la sua Nicola Porro, giornalista, saggista e gran conoscitore di cose industriali. “La storia purtroppo si ripete. Il governo non prende in mano le redini, la politica ritiene che Ita, come la vecchia Alitalia, sia un suo campo da gioco e i contribuenti pagano il conto. Il centro destra fermerà tutto? Saranno tentati, ma sarebbe un clamoroso errore”.

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